Caro amico, il Papa parla solo di Cristo. Perché la Magnifica Humanitas non è un manifesto sulla Intelligenza Artificiale
Un amico mi ha scritto la sera della pubblicazione della Magnifica Humanitas. È agnostico, di sinistra. Persona imprevedibile, intelligente e – lo sa lui stesso, lo dico con rispetto e senza malizia – in cerca di qualcosa che non riesce ancora a nominare. Il messaggio era secco: «Per fortuna che il Papa non se lo fila nessuno, perché le inesattezze che continua a dire sono allucinanti. Perché non si occupa di Cristo invece di dire banalità sull’AI?» Ho provato dispiacere. Ho riletto la frase tre volte. Poi ho capito che non stava parlando del Papa. Stava parlando di sé.
I. L’obiezione è giusta, ma fuori bersaglio
Partiamo dalle «inesattezze» sull’intelligenza artificiale: chiunque lavori nel settore tecnologico e si avvicina a documenti o discorsi della Chiesa su questioni che entrano nel proprio terreno di competenza, o ancor più a un documento del Magistero sull’AI, lo fa con un certo fastidio tecnico. Il vocabolario è impreciso, le categorie sono filosofiche là dove si vorrebbero più ingegneristiche, la complessità degli algoritmi è ridotta a metafore bibliche e impianti teologici. Capisco il fastidio. Lo condivido in parte.
Ma questo fastidio è irrilevante rispetto alla domanda che il documento pone. La Magnifica Humanitas non è un paper di machine learning. Non pretende di spiegare come funziona un transformer o perché i large language models allucinano. Pretende di rispondere a una domanda diversa e anteriore: chi è l’essere umano che costruisce questi strumenti, che li usa, che ne viene trasformato? È una domanda filosofica e teologica, non tecnica. E questo vale non solo per la AI, ma anche per altre citazioni e ricostruzioni imprecise che l’enciclica – per ampiezza e varietà dei temi trattati – tocca. Una per tutte, lo strafalcione sull’abolizione della schiavitù. Giudicare questo documento per le sue imprecisioni tecniche, in campi di disciplina che non sono propriamente i suoi – è come bocciare la Divina Commedia perché Dante non conosceva la fisica quantistica.
Il problema non è che il Papa dice cose sbagliate sull’AI. Il problema è che pone le domande giuste su di noi, e quelle domande fanno più paura delle risposte sbagliate.
Ma questa, dicevo, è la superficie. L’obiezione vera dell’amico in questione è l’altra: perché non si occupa di Cristo? Ed è lì che la faccenda si fa interessante.
II. Il Papa parla solo di Cristo. Il problema è che non lo vediamo
La Magnifica Humanitas apre con una frase tratta dalla Gaudium et spes, il documento cardine a carattere pastorale del Concilio Vaticano II: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». Questa frase non è un prologo scritto prima di passare agli argomenti veri. È la tesi. È ciò che l’intero documento vuole dimostrare.
La struttura è questa: c’è una crisi antropologica – l’intelligenza artificiale, il transumanesimo, il potere digitale concentrato – che non si capisce davvero se non si capisce chi è l’essere umano. E l’essere umano non si capisce davvero, secondo questo documento, se non lo si guarda alla luce di Cristo. Non Cristo come tappabuchi delle domande a cui la scienza non risponde (il concetto di Deus ex machina). Non Cristo come consolazione privata per i momenti difficili (intimismo e pietismo religioso). Ma Cristo come chiave ermeneutica – interpretativa – del reale: l’unico punto da cui il problema dell’uomo diventa leggibile nella sua interezza.
Sono stato troppo teologico, mi spiego meglio: Leone XIV non smette di parlare di Cristo per parlare di AI. Parla di AI perché parla di Cristo. L’enciclica sull’intelligenza artificiale è – dalla prima all’ultima riga – una cristologia applicata. Il lettore secolare che non vede Cristo nel documento non lo vede perché si aspetta che Cristo appaia con il suo nome ad ogni paragrafo.
III. È l’antropologia cristiana che sorregge tutto
Proviamo a rendere questo discorso concreto. Il documento afferma che la dignità della persona è «infinita» e «inalienabile»: precede ogni prestazione, ogni utilità, ogni misura di efficienza, e nessun potere umano può revocarla. È una delle affermazioni più forti che si possano fare sull’essere umano. Ma su cosa poggia?
Non sulla ragione illuminista, apparentemente neutra, che costruisce la dignità come convenzione tra individui razionali. E che quindi, in linea di principio, potrebbe anche de-costruirla se la maggioranza lo decidesse. Non sull’evoluzionismo, che vede la dignità come prodotto contingente della selezione naturale. E che non ha strumenti per dire perché dovremmo trattare un essere umano diversamente da un altro animale complesso. Come anticipato qui e qui, l’antropologia teologica poggia sull’Incarnazione: il fatto che Dio si è fatto uomo significa che l’uomo porta in sé qualcosa di divino, è stato elevato da Dio. E che quella traccia non si cancella con nessuna degradazione (una critica implicita all’ateismo moderno dopo Auschwitz), nessuna inefficienza (una critica implicita al modello utilitarista americano), nessun punteggio di credito sociale (una critica altrettanto implicita al modello cinese).
Se togli Cristo dall’enciclica, non rimane un documento più neutro e universale. Rimane un documento senza fondamento. Le stesse parole, ma sospese nel vuoto.
Questo è il punto che il mio amico – come molti lettori laici di buona fede – non riesce a vedere. Perché è cresciuto in una cultura in cui la religione è un settore specializzato della vita – l’area «spiritualità», accanto all’area «salute» e all’area «svago» – e quindi si aspetta che il Papa, quando parla di religione, usi il lessico della religione, e quando parla di tecnologia, usi il lessico della tecnologia. Invece il documento usa un unico lessico per tutto. E quel lessico è cristologico.
IV. L’inquietudine, mascherata da facile sarcasmo
Ma c’è un’altra cosa dal sapore sarcastico nella frase dell’amico che vale la pena notare. Dice: «Per fortuna che il Papa non se lo fila nessuno.» Per fortuna. Come se la marginalità del Papa fosse una notizia rassicurante. Come se la domanda su Dio fosse meno urgente se pochi se la pongono.
Chi è in cerca – e il mio amico lo è proprio perché la questione lo disturba abbastanza da fargli scrivere un messaggio a tarda sera – sa bene che la verità non si misura con il numero di follower. Le domande vere non diventano meno vere perché pochi le ascoltano. Anzi: c’è qualcosa di sospetto nel sollievo di chi dice «per fortuna non se lo fila nessuno». È il sollievo di chi teme che la risposta possa essere vera, e quindi preferisce che la domanda rimanga irrilevante.
Agostino – che prima di diventare santo era stato un intellettuale brillante, scettico, libertino e sinceramente in cerca – ha descritto questa condizione con una precisione che nessun algoritmo può replicare: «Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te. [Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te]». La sua inquietudine non è un difetto da correggere con la meditazione o con la psicoterapia: è la struttura dell’essere umano. Siamo fatti con un vuoto della forma di Dio. Lo si può riempire con mille surrogati – l’ideologia politica, il successo professionale, la causa giusta, persino la ricerca intellettuale – ma il vuoto rimane.
V. Perché sinistra radicale e Magistero si capiscono e non si capiscono
C’è una paradossale vicinanza tra certe posizioni della sinistra radicale e certe posizioni della Magnifica Humanitas. La critica al potere concentrato delle corporations tecnologiche, la denuncia delle «nuove schiavitù» digitali, l’attenzione ai lavoratori esclusi dall’automazione, la diffidenza verso il multilateralismo catturato dai forti. Tutto questo non è lontano da ciò che un intellettuale di sinistra potrebbe sottoscrivere. E non a caso erano i temi cari al precedente pontificato, che catturavano le attenzioni del mondo liberal-radicale.
Ora, dato il problema – sfruttamento, ecologia, immigrazione, … AI – la differenza non sta nella diagnosi. È nel fondamento. La sinistra radicale critica il potere concentrato perché viola l’uguaglianza – un principio che costruisce socialmente, e che quindi può essere ri-costruito diversamente se le circostanze cambiano. Il Magistero critica il potere concentrato perché viola la dignità della persona, un dato ontologico che non si costruisce e non si de-costruisce, che precede qualunque accordo sociale e qualunque decisione politica.
Questa differenza di fondamento non è accademica. Ha conseguenze pratiche. Se la dignità è un costrutto sociale, può essere revocata da una maggioranza sufficientemente convincente, da un potere sufficientemente consolidato, da un algoritmo sufficientemente persuasivo. Se è un dato ontologico radicato nell’Incarnazione, non può essere revocata da nessuno e da niente. Chi vuole proteggere davvero i deboli – e la sinistra dell’amico citato asserisce di volerlo – ha bisogno del secondo tipo di fondamento, non del primo.
Il paradosso è questo: chi vuole proteggere gli ultimi senza Cristo finisce per non avere argomenti quando il potere decide che gli ultimi sono sacrificabili. Chi ha Cristo ha l’unico argomento che il potere non può confutare.
VI. La risposta alla domanda vera
Torno all’obiezione dell’amico che continuo a chiamare in causa: perché il Papa non si occupa di Cristo invece di dire banalità sull’AI? La risposta è che il Papa si occupa solo di Cristo. Il documento che l’amico ha liquidato in pochi secondi è, dalla prima all’ultima riga, un tentativo di mostrare che senza Cristo – senza la certezza che ogni essere umano porta in sé una dignità infinita perché Dio si è fatto uomo – non abbiamo strumenti per rispondere alle domande che l’intelligenza artificiale pone. Non abbiamo strumenti per dire perché un essere umano vale più di un algoritmo. Non abbiamo strumenti per dire perché la disoccupazione tecnologica è una tragedia morale e non solo un indicatore statistico. Non abbiamo strumenti per dire perché la dipendenza dai social è una schiavitù e non uno “smetto quando voglio”.
Se l’essere umano è un animale complesso che la selezione naturale ha prodotto per massimizzare la diffusione genetica, allora un algoritmo che fa le stesse cose con più efficienza non è una minaccia: è un progresso. Se l’essere umano è imago Dei – immagine del Dio che si è fatto carne – allora nessuna macchina può sostituirlo, nessun sistema può ottimizzarlo via, nessun potere può dichiararlo obsoleto.
Queste non sono banalità. Sono le domande più serie che il nostro tempo pone. E il fatto che un’enciclica le ponga – con il linguaggio del Magistero, impreciso sulla tecnica quanto si vuole, ma preciso sull’uomo – non è un difetto, ma il suo compito.
Al mio amico
E a tutti quelli che si trovano nella sua posizione: intelligenti, critici, onesti, disturbati da domande che non riescono a smettere di porsi – dico solo questo.
Il fastidio che provi di fronte a un documento come la Magnifica Humanitas non è il fastidio dell’uomo razionale di fronte alla superstizione. È il fastidio di chi sente che qualcosa lo interpella e non sa ancora cosa fare di questa domanda. Quel fastidio ha un nome. Agostino lo chiamava inquietudine. Pascal lo chiamava il Dio nascosto. Chesterton lo chiamava il vuoto della forma di Dio.
Non devi rispondere subito. Non devi credere prima di capire. Ma potresti provare a leggere il documento che hai liquidato. Non per trovare le inesattezze sull’AI (ce ne sono, e sei abbastanza capace da trovarle tutte). Ma per chiederti perché un frate agostiniano diventato Papa continua a ripetere, con la determinazione di chi ha letto Agostino per tutta la vita, che il cuore dell’uomo non ha posa – non trova pace – e che quella inquietudine – caro Franco, amico mio – non è un problema da risolvere ma una porta da aprire.
Forse perché sa qualcosa che noi abbiamo dimenticato. O forse perché qualcuno glielo ha detto. E quel qualcuno si chiama Cristo – che è esattamente il soggetto di cui, da cima a fondo, la Magnifica Humanitas parla.
Post-Scriptum. Una nota tecnica sull’impianto del documento
Per chi legge la Magnifica Humanitas senza pregiudizi ideologici, emerge con una certa chiarezza un limite reale del documento: l’impianto è molto ampio, forse persino eccessivamente ambizioso. L’enciclica affronta l’intelligenza artificiale e la tecnocrazia, il transumanesimo e l’ecologia integrale, il lavoro e le migrazioni, la guerra tecnologica e le nuove forme di schiavitù digitale, fino all’educazione al pensiero critico e alla crisi della comunicazione della verità. È una vastità che rappresenta al tempo stesso la forza e la fragilità del testo. La volontà di tenere insieme molti temi rischia infatti, in alcuni passaggi, di sacrificare profondità e precisione di linguaggio. Tantoché si ha l’impressione che il documento preferisca l’orizzonte complessivo alla definizione rigorosa dei singoli problemi.
Sul piano teorico, l’impianto dell’enciclica appare estremamente composito. La Magnifica Humanitas non si identifica con un’unica tradizione di pensiero: accoglie e mette in dialogo registri differenti, come chi voglia edificare una grande cattedrale raccogliendo pietre da cave diverse. In essa convivono: il personalismo di matrice wojtyłiana, percepibile nei richiami alla dignità della persona e al valore del lavoro umano; l’architettura tomista, presente attraverso i riferimenti espliciti alla Summa Theologiae e alla tradizione scolastica; la categoria agostiniana dell’inquietudo cordis, che innerva i passaggi sull’insoddisfazione dell’uomo di fronte alle promesse della tecnica; l’ispirazione guardiniana, richiamata attraverso la critica al ‘mondo della tecnica’ sviluppata in Der Heiland; e infine i temi caratteristici cari a Bergoglio – le periferie, l’esclusione, il grido dei poveri – affiancati da riferimenti inattesi, come Tolkien o Giorgio La Pira.
Il risultato è un documento che attraversa quasi tutti gli impianti culturali del Magistero contemporaneo senza identificarsi completamente con nessuno di essi. Dal Vaticano II fino a Giovanni Paolo II, il Magistero ha mantenuto un impianto prevalentemente tomista-personalista, centrato sulla persona, la legge morale e il bene comune. Con Benedetto XVI emerge invece una struttura più agostiniana, fondata sul rapporto tra verità, fede, logos e ragione, con una forte critica alle false redenzioni tecniche e politiche. Infine, il suo predecessore privilegia un approccio più pastorale e sociale, attento alle periferie, all’ambiente, all’esclusione e al paradigma tecnocratico.
La Magnifica Humanitas attraversa tutti questi registri senza coincidere pienamente con nessuno. Non è realmente tomista. Non possiede il rigore architettonico e la coerenza quasi musicale del pensiero ratzingeriano. Ma non è nemmeno semplicemente bergogliana. In un certo senso, è insieme tutti questi linguaggi e nessuno di essi. Ed è qui che emerge il principale limite formale del documento. Chi si è formato leggendo Benedetto XVI avverte immediatamente la differenza: Ratzinger costruiva testi in cui ogni passaggio sembrava derivare necessariamente dal precedente. Qui, invece, quella necessità interna si allenta. Alcune sezioni appaiono più come raccordi o cuciture che come pilastri di una costruzione unitaria.
Tuttavia, la lettura più corretta – soprattutto per chi conosce il contesto ecclesiale in cui Leone XIV ha ricevuto il pontificato – è probabilmente un’altra. Questa enciclica nasce anche per ricomporre una frattura. È un tentativo di riannodare fili che si erano allentati, recuperare un linguaggio comune dopo anni di polarizzazione, offrire un punto di convergenza a una Chiesa attraversata da tensioni profonde che avevano in Francesco il principale – benché non l’unico – detonatore. Dunque, la chiave ermeneutica sembra essere quella della prudentia storica: Leone XIV ha scelto – o è stato costretto a scegliere – una strada di reintegrazione del linguaggio cattolico che passa attraverso l’inclusione di registri diversi. Interpretando un tempo in cui la Chiesa ha bisogno, prima di tutto, di ritrovare un linguaggio comune. Un documento perfetto in astratto ma divisivo in concreto sarebbe stato – tomisticamente parlando – un bene imprudente. Un documento imperfetto formalmente ma capace di riannodare fili spezzati è forse il bene possibile in questo momento della storia della Chiesa. Il giudizio definitivo, come sempre in queste materie, richiede il tempo lungo della recezione ecclesiale.
Detto questo, il nucleo dell’enciclica regge. Ed è probabilmente la parte più solida del documento. La cristologia di impianto agostiniano che sostiene l’antropologia; la dignità umana intesa come dato ontologico radicato nell’Incarnazione; il rifiuto del transumanesimo come nuova forma di hybris prometeica e babelica: su questi punti la Magnifica Humanitas appare chiara, coerente e per molti versi sorprendentemente robusta.
Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology