Il «fine vita» torna in Parlamento: quando la crisi demografica incontra la cultura dell’abbandono
ari amici di “300 denari” a seguito di forti pressioni politiche, il dibattito sul cosiddetto “fine vita” torna ora al centro dell’agenda parlamentare. Il 3 giugno è previsto l’avvio dell’esame in Aula al Senato di un disegno di legge sulla morte volontaria medicalmente assistita; in queste settimane le commissioni competenti sono chiamate a cercare un testo condiviso (qui e qui). In mancanza di un accordo, la principale proposta di riferimento resta il disegno di legge Bazoli, depositato dalle opposizioni all’inizio della legislatura e costruito sulla disciplina del suicidio medicalmente assistito come percorso pubblico, con il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale.
Il punto, tuttavia, non è solo tecnico-giuridico. Dietro le formule legislative si intravede una domanda ben più radicale: che cosa fa una società quando la vita diventa fragile, dipendente, malata, improduttiva? La risposta cristiana è netta: non la si misura, non la si pesa, non la si abbandona. La si accompagna. La si cura.
Il rischio, al contrario, è che una legge sul “fine vita”, soprattutto se costruita prima di avere realmente garantito cure palliative, assistenza domiciliare e sostegno ai caregiver, finisca per introdurre (rectius, rafforzare) nel corpo sociale una grammatica dell’abbandono. Una grammatica che, in Italia (come in altri paesi europei), si innesterebbe su un’altra ferita già aperta: l’inverno demografico, cioè la fatica crescente a generare, accogliere e custodire la vita.
1. Cosa succede quando viene legalizzata l’eutanasia o il suicidio assistito? La deriva è documentata
Il primo argomento da prendere sul serio è l’esperienza dei Paesi che hanno già legalizzato eutanasia o suicidio assistito. I dati non sostituiscono il giudizio morale, ma aiutano a vedere ciò che accade nel tempo quando l’ordinamento apre una porta che, una volta schiusa, tende a spalancarsi assai rapidamente.
Nei Paesi Bassi le notifiche di eutanasia sono state 9.958 nel 2024, pari al 5,8% del totale dei decessi; nel 2023 erano 9.068 e nel 2002, primo anno di applicazione della legge, erano 1.882. In Belgio, nel 2024, sono state registrate 3.991 dichiarazioni di eutanasia, con un incremento del 16,6% rispetto al 2023, e l’eutanasia ha rappresentato il 3,6% dei decessi. In Canada, dove il MAID (Medical Assistance in Dying) è ammesso dal 2016, nel 2024 le persone che hanno ricevuto la morte medicalmente assistita sono state 16.499.
Non tutti questi ordinamenti sono identici, né identiche sono le rispettive discipline. Ma il segnale comune è inequivoco: ciò che si pretende introdurre come risposta eccezionale alla sofferenza estrema tende progressivamente a diventare una procedura riconosciuta, organizzata e normalizzata, inserita nell’ordinarietà dei sistemi sanitari. E, una volta che la morte entra nel catalogo delle risposte pubbliche alla sofferenza, il confine tra cura e rinuncia alla cura diventa sempre più sottile.
È notizia di questi giorni che nel “civilissimo” Canada, un sacerdote cattolico di 79 anni ricoverato per una frattura ha ricevuto due volte la proposta di accedere all’eutanasia (quanto alle “camere a gas” svizzere, vedi il precedente post).
Fonti: RTE Annual Report 2024 (mar. 2025) | CFCEE Belgium, comunicato mar. 2025 | Health Canada, Sixth Annual Report on MAID, nov. 2025
Grafico 1 — Olanda: casi di eutanasia 2002–2024. Fonte: RTE
Grafico 2 — Canada: casi MAID 2016–2024. Fonte: Health Canada
Grafico 3 — Belgio: casi di eutanasia 2002–2024. Fonte: CFCEE
Grafico 4 — Olanda: eutanasia come % dei decessi totali. Fonte: RTE
2. Il nodo economico: quanto vale una vita che “costa”?
Che cosa accade quando la morte assistita viene letta anche come fatto economico?
Nel 2017 un articolo pubblicato sul Canadian Medical Association Journal stimava che l’introduzione della morte medicalmente assistita potesse ridurre la spesa sanitaria canadese tra 34,7 e 138,8 milioni di dollari canadesi all’anno, pur avvertendo che la riduzione dei costi non deve mai entrare nella decisione individuale del paziente o del medico. Nel 2020 anche il Parliamentary Budget Officer canadese, valutando l’impatto del Bill C-7, stimò una riduzione netta dei costi sanitari provinciali: importi modesti rispetto al bilancio sanitario complessivo, ma sufficienti a mostrare il problema culturale.
Il punto non è sostenere che i governi approvino queste leggi “per risparmiare”. Il punto, più sottile e più grave, è che una volta introdotta la morte come opzione sanitaria, essa può essere letta anche secondo le categorie dell’efficienza: minori ricoveri, minori cure di lungo periodo, minori oneri assistenziali. E quando la vita fragile entra in una tabella costi-benefici, la dignità personale rischia di essere tradotta in sostenibilità finanziaria.
Un ulteriore studio pubblicato nel 2025 su OMEGA – Journal of Death and Dying ha costruito scenari ipotetici, anche estremi, sull’estensione in Canada del MAID a categorie vulnerabili, stimando risparmi potenziali fino a 1,273 trilioni di dollari canadesi entro il 2047. Gli stessi autori presentano tali scenari come un allarme etico, non come una proposta di policy. Ma proprio per questo il dato è istruttivo: mostra quanto sia pericoloso anche solo immaginare una politica pubblica in cui la morte dei vulnerabili diventi una variabile economica.
Il rapporto di Health Canada per il 2024 (cfr. sez. 3.4, Figure 3.4a) aggiunge un elemento umano che non può lasciare indifferenti: tra le fonti di sofferenza riferite dai pazienti che hanno ricevuto la MAID compaiono la perdita di indipendenza, la perdita di dignità, l’isolamento o la solitudine e la percezione di essere un peso per familiari, amici o caregiver. Quest’ultima voce è stata indicata nel 48,4% dei casi del percorso ordinario e nel 50,3% dei casi in cui la morte naturale non era ragionevolmente prevedibile. Non è un dettaglio: è il punto in cui l’autonomia rischia di confondersi con l’abbandono.
3. La voce dei malati che vogliono vivere di fronte alla Corte Costituzionale
Il dibattito politico (ma anche giuridico) rischia di dimenticare chi dovrebbe stare al centro: i malati stessi. La Corte Costituzionale italiana, nella sentenza n. 66/2025, ha dato conto anche della voce di alcuni malati gravi intervenuti nel giudizio in senso contrario all’ulteriore estensione dei requisiti di accesso al suicidio medicalmente assistito. Persone affette da patologie gravissime hanno ricordato che, “pur nella sofferenza di una vita come malati gravi, vogliono vivere” e hanno segnalato il rischio di essere indotte a una richiesta anticonservativa, se l’ordinamento non mantiene un riferimento oggettivo alla non autonomia dei processi vitali.
È una voce decisiva, perché smonta una rappresentazione troppo semplice: non esistono da un lato i sani che parlano in astratto e dall’altro i malati che chiedono tutti la morte. Esistono anche malati gravi che chiedono alla società di non trasformare la loro sofferenza e del supporto di cui necessitano in una ragione per dubitare del valore della loro vita.
4. La doppia crisi italiana: meno nascite, più anziani soli. Un avviso per i “naviganti”
La questione del fine vita si colloca, in Italia, dentro un quadro demografico già drammatico. Secondo ISTAT, nel 2024 i nati residenti sono stati 369.944, quasi 207.000 in meno rispetto al 2008, con una diminuzione del 35,8%. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, nuovo minimo storico.
Questo dato non è estraneo al dibattito sul fine vita. Una società che genera sempre meno figli e invecchia sempre di più è destinata a conoscere un aumento delle persone anziane, sole, malate e non autosufficienti, proprio mentre diminuiscono i giovani in grado di sostenerle, accudirle e contribuire al finanziamento del welfare.
Qui la questione demografica incontra quella economica. Meno giovani significa meno lavoro, meno contribuenti, meno ricchezza prodotta e, dunque, maggiore pressione su sanità, previdenza e assistenza. In questo scenario, il pericolo è che le persone malate o semplicemente fragili vengano lentamente percepite non più come un bene da custodire, ma come un costo da comprimere.
Ogni bilancio pubblico ha un limite; ogni sistema sanitario deve fare i conti con risorse finite. Ma proprio questa consapevolezza impone una vigilanza ancora maggiore. Se in un Paese demograficamente fragile, con famiglie e persone sempre più sole e servizi assistenziali spesso insufficienti, si rende la morte assistita più accessibile della cura, si introduce un criterio silenzioso ma potente: chi non produce, chi dipende, chi pesa sulle risorse comuni può essere indotto a sentirsi di troppo.
È questo il punto decisivo. È la strada che si sta silenziosamente intraprendendo.
5. Breve promemoria
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che “la vita umana è sacra” perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane in una relazione speciale con il Creatore, “suo unico fine” (n. 2258). La Lettera Samaritanus bonus della Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito che l’eutanasia è “un crimine contro la vita umana” e che “inguaribile (…) non è mai sinonimo di incurabile”.
Questa non è una posizione di durezza verso chi soffre. È l’esatto contrario. La Chiesa non chiede di prolungare ogni trattamento in modo sproporzionato; non confonde la cura con l’accanimento terapeutico; non nega la legittimità delle cure palliative e della sedazione quando proporzionate e moralmente lecite. Chiede però che la sofferenza non venga mai trasformata in un argomento contro il sofferente.
La vera misura di una civiltà non è la rapidità con cui consente di morire, ma la carità con cui si rende ancora possibile vivere. Come ricordava il Santo medico Giuseppe Moscati, “non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo”.
Filippo