Diploma vs Uomo. Marcel de Corte e la dittatura dei titoli di studio
acendo seguito ai consueti sbadigli pre-estivi suscitati dagli articoli annualmente riesumati dalle redazioni sulla maturità, dalle tracce proposte (quest’anno, con un golosissimo Mario Calabresi nel menù) e dalle immancabili discussioni sulle seconde prove, proponiamo ai nostri lettori alcuni stralci tratti da L’intelligenza in pericolo di morte del filosofo cattolico e controrivoluzionario belga Marcel de Corte.
L’autore si chiede: deve essere lo Stato a concedere la patente delle nostre competenze e della nostra idoneità al lavoro? Per i chirurghi forse sì. Per molte altre professioni, probabilmente no. Eppure assistiamo da anni alla proliferazione di titoli richiesti per attività tradizionalmente apprese attraverso l’esperienza, il tirocinio e la reputazione. Anche la proposta del governo Meloni di rendere obbligatoria la laurea per gli amministratori di condominio (pdl n. 1816/2026) sembra muoversi nella medesima direzione.
Se è lo Stato a stabilire quali titoli siano necessari per lavorare, e se è ancora lo Stato a controllare i percorsi formativi che conducono a tali titoli, non esiste il rischio che il sistema educativo diventi anche uno strumento di orientamento culturale e ideologico? La domanda non è oziosa, in un Paese nel quale scuola e università sono state a lungo terreno di conquista dell’egemonia culturale gramsciana.
Inoltre, queste “patenti” si moltiplicano proprio mentre si svalutano. Scuole e università sembrano sempre più orientate a massimizzare il numero di diplomati e laureati piuttosto che a selezionare i migliori, anche per ragioni di statistiche internazionali. È lecito chiedersi se la continua creazione di titoli, corsi e certificazioni non serva anche a tenere in vita strutture che, in loro assenza, risulterebbero sovradimensionate.
Ma la critica di De Corte va ancora più in profondità. Una civiltà che pretende di misurare tutto attraverso esami, punteggi e diplomi finisce per privilegiare ciò che è quantificabile e burocraticamente verificabile, relegando in secondo piano ciò che rende veramente grande l’uomo: il carattere, la vocazione, il coraggio, l’onore, la libertà interiore, il genio creativo, l’eroismo e perfino la santità.
Infine una provocazione. Nel mese del Pride ci viene ripetuto che ciascuno può essere ciò che sente di essere. Perché allora si continuano a discriminare i non diplomati e i non laureati? Non possono forse sentirsi, nel profondo del loro cuoricino, già titolari di un dottorato di ricerca?
Gabriele
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Si capisce allora come l’intelligentzia tecnocratica venga reclutata specialmente fra i diplomati. Per entrare in questa intelligentzia bisogna dare prova, non della facoltà di penetrare il reale, ma dell’attitudine a maneggiare le immagini, le idee, le parole, i meccanismi materiali e mentali. La pelle d’asino non si conferisce d’altronde che per una conversione del qualitativo al quantitativo. Tutto quanto non può convertirsi in cifre, gli imponderabili, quali il carattere, la vocazione, il dono, l’apertura mentale, la curiosità, il gusto, l’onore, il dovere, il senso morale ed estetico eccetera si trovano relegati in secondo piano. La falsa gravidanza di una conoscenza enciclopedica e la sua sorella gemella afflitta da nanismo, la specializzazione, hanno eliminato il concetto del mondo proprio del «galantuomo». L’élite è raccattata e giudicata in funzione delle sue capacità tecniche; il mondo artificiale costruito dall’uomo moderno non tollera altro criterio.
Le facoltà divengono così scuole professionali superiori.
La filosofia v’è ancora tollerata, ma solo nella misura di ogni altra cosa. Il santo, il genio, l’eroe, il saggio o più semplicemente lo spirito libero e il creatore, in qualsiasi campo, non hanno più che una minima autorità. La società intera pende dalla parte del diploma e del mandarinato. I titoli scolastici sono ormai richiesti ovunque, e con tanto maggior rigore […]
Lo Stato, che organizza e dirige la società di questo tipo in formazione, non si arroga soltanto il diritto di conferire il brevetto, per consentire a ognuno di occuparvi il suo posto e di esercitarvi la sua funzione, ne controlla non soltanto l’uso, ma si attribuisce la direzione di tutte le trasformazioni della vita professionale a cui si riduce la vita sociale odierna.
Non molto tempo fa, lo Stato assicurava il bene comune di una società naturale, relativamente stabile che produceva da sé medesima i propri organi, secondo la necessità dei tempi e dei luoghi. Al presente, lo Stato esamina, verifica, calcola, prevede, provoca e determina tutti i cambiamenti che si operano nel mondo fluido sottomesso al suo potere. Il mondo funzionale in cui siamo è infatti un mondo di funzionari sotto l’egida e sotto l’impulso dello Stato. I cittadini divengono funzionari diretti o indiretti dello Stato: padroni sono gli impiegati del fisco, per i loro sottoposti, gli impiegati della Sicurezza Sociale per i loro, eccetera. Un economista russo ha calcolato che nel 1980, l’intera popolazione del suo Paese non basterà più ai vari compiti devoluti alla burocrazia statale. Si arriva così alla comica condizione in cui la frase di Péguy: «vi sono quelli davanti allo sportello e quelli dietro lo sportello», non è più vera: tutti quelli che erano davanti sono passati dietro.