L’intelligence senza spie. Ruini e il confronto impietoso con la CEI di oggi

I servizi segreti, quando sono davvero efficaci, raramente somigliano all’immaginario cinematografico. Non hanno sempre bisogno di agenti in impermeabile, microfilm, conti cifrati, stanze chiuse e codici cifrati. A volte funzionano in modo più semplice e più antico: ascoltano, raccolgono, verificano, attendono, collegano. La Chiesa cattolica conosce questo metodo da secoli. Non perché disponga necessariamente di un servizio segreto nel senso moderno del termine, ma perché ha sempre avuto una cosa che molti Stati hanno perduto: una rete umana capillare, stabile, radicata nei territori, capace di leggere la società prima di altri soggetti. Intercettare i trend ed intervenire prima che possano degenerare in allarme pubblico o crisi istituzionale (agli appassionati di Vaticano e intelligence, rimandiamo a una recente pubblicazione curata da Mario Caligiuri, fondatore con Francesco Cossiga del primo Master universitario italiano dedicato all’intelligence). In questo senso Camillo Ruini è stato forse l’ultimo grande interprete di una forma di intelligence ecclesiale non clandestina, ma dichiarata. La stampa italiana lo ha definito come il Cuccia cattolico, il Richelieu italiano. Quella francese come l’Éminence grise, colui i cui pareri sono temuti, sempre ascoltati e spesso seguiti. Tuttavia, Ruini non era un uomo dei servizi, tantomeno il capo di un apparato occulto. Piuttosto, un acuto osservatore che per primo comprese che la Chiesa per incidere nella storia doveva tornare a conoscere il Paese reale. Un uomo libero e dalle idee chiare fino in punto di morte, tanto da indurre in questi giorni la stessa gerarchia alla prudenza nel divulgare il suo testamento spirituale (qui, qui e qui). Un uomo che proprio la sua Chiesa non capì – o non volle capire – fino in fondo quando, preso coscienza della fine della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica, corse alle armi con il suo progetto culturale che – ahinoi – non decollò mai. Ma andiamo per gradi.

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Ruini fu presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1991 al 2007 e vicario generale del Papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2008. Due osservatori privilegiati: da un lato, la rete dei vescovi italiani, il contatto con la base e il territorio; dall’altro il vertice, Roma, cioè il punto in cui Chiesa, Stato, diplomazia, politica, media e apparati istituzionali si toccano continuamente. In quegli stessi anni, negli ambienti cattolici venne coniato il termine “ruinismo”, che non fu soltanto una linea ecclesiastica, ma un metodo di lettura della realtà. Una linea pastorale caratterizzata da un intervento diretto, forte e costante della Chiesa nella vita politica e pubblica italiana con particolare riferimento alle battaglie su bioetica, famiglia e ai referendum. Ruini entrò sulla scena nel momento in cui finiva il mondo democristiano, crollava l’Unione Sovietica, nasceva la Seconda Repubblica, avanzava l’integrazione europea, cambiavano i rapporti tra politica, economia e società civile. Proprio quando la Chiesa italiana rischiava di diventare una grande organizzazione morale priva di capacità strategica, Ruini – consapevole di quanto stava accadendo e dei rischi di isolazionismo – la riportò al centro del conflitto culturale.

La CEI come intelligence. Dicevamo che l’intelligence non consiste solo nel possedere segreti, ma soprattutto nel comprendere prima degli altri che cosa sta accadendo. Ruini capì che, dopo la fine della Democrazia Cristiana, la Chiesa non poteva più delegare la propria presenza pubblica a un partito. Doveva ricostruire una capacità autonoma di giudizio, influenza e orientamento. Per questo fece della CEI il suo vero “servizio informativo”. Erano le diocesi. Erano i parroci. Erano i movimenti ecclesiali. Erano le università cattoliche, i giornali, le associazioni, le fondazioni, il mondo del volontariato, la scuola, la sanità, la famiglia. Una rete capace di vedere ciò che le élite politiche spesso non vedevano più: la trasformazione antropologica del Paese. Per comprendere appieno, aveva ai tempi una struttura che uno Stato moderno misurerebbe oggi attraverso indicatori, banche dati, rapporti di polizia, rilevazioni economiche, sondaggi elettorali. E invece Ruini ai tempi misurava la società attraverso i battesimi, i matrimoni, le confessioni, le crisi familiari, le povertà, le parrocchie svuotate, gli oratori pieni o deserti, i giovani che restano e quelli che scompaiono. Il suo più grande merito fu proprio qui: prendere coscienza dei fatti, interpretare questa conoscenza ed orientarla al suo “progetto culturale”. Applicando, di fatto, il metodo del “vedere – giudicare – agire” della dottrina sociale della Chiesa.

Un Servizio nazionale più efficace dei servizi. Il Progetto culturale della CEI non era un ufficio studi né un think tank politico. Nato a metà degli anni Novanta, dopo la fine della Democrazia Cristiana, puntava a ricostruire una presenza pubblica dei cattolici non attraverso un nuovo partito, ma formando una classe dirigente capace di leggere la società alla luce dell’antropologia cristiana e della dottrina sociale della Chiesa. Da questa intuizione nacque il “Servizio nazionale per il Progetto culturale”: una rete di diocesi, centri culturali, fondazioni, università, riviste e percorsi di ricerca dedicati ai grandi temi del tempo, dalla famiglia alla bioetica, dall’educazione alla libertà religiosa, fino al rapporto tra fede, scienza e comunicazione. L’impianto teorico fu tra i più articolati elaborati dalla Chiesa italiana nel dopoguerra. Tuttavia, il limite emerse proprio nella sua traduzione storica. Il progetto rimase in larga misura confinato agli ambienti ecclesiali e accademici: produrrà convegni, pubblicazioni e reti di studiosi, ma non riuscirà di fatto a generare una nuova classe dirigente cattolica, stabilmente presente nei luoghi in cui oggi si formano le decisioni: università non confessionali, media, imprese, finanza, amministrazione pubblica e le piattaforme digitali allora nascenti. Un secondo limite fu poi la forte identificazione con la leadership del cardinale Ruini. Tanto che, con la conclusione del suo mandato, il Progetto perse progressivamente centralità, senza trasformarsi in una struttura permanente.

CEI, ieri ed oggi: un confronto impietoso. Il Progetto contribuì a ridefinire una coscienza e un ruolo della CEI dopo la fine della balena bianca, influenzando di fatto il dibattito pubblico su vita, famiglia e bioetica tra gli anni Novanta e Duemila. Anche se poi non riuscì a creare una classe dirigente cattolica stabile e trasversale, né ad aggiornarsi alle future sfide della globalizzazione e della rivoluzione digitale. Nonostante questi limiti, il confronto con la situazione attuale della CEI è impietoso. Ruini apparteneva a un’altra scuola. Una scuola in cui la conoscenza non era separata dalla responsabilità: sapere significava decidere, decidere significava esporsi, esporsi significava assumersi il peso del conflitto. Per questo il suo profilo rappresenta un faro anche oggi. Con lui la CEI tentava almeno di elaborare una visione dell’uomo, della società e della storia, fondata sull’antropologia cristiana e capace di confrontarsi con la modernità senza subirla. Oggi – che di quel progetto resta poco e niente – l’ambizione culturale sembra dissolta in una pastorale prevalentemente emergenziale, dove migranti, inclusione, assistenza ed ecologismo occupano quasi per intero l’orizzonte pubblico. Un pastoralismo che non lascia più spazio alle domande sull’uomo, sulla verità, sulla legge naturale, sulla libertà educativa, sulla famiglia e sulle radici della civiltà europea è divenuto marginale. La CEI appare così passata dall’impegno a costruire una visione della società all’inseguimento di un’agenda pubblica, al pari di una ONG. Passando così dalla formazione delle coscienze alla gestione delle emergenze; dall’elaborazione di categorie culturali proprie all’adozione del lessico dominante. Ha progressivamente rinunciato a interpretare il proprio tempo per limitarsi ad accompagnarne i processi, spesso cavalcandoli anziché giudicarli. È venuta meno proprio l’intuizione più originale del progetto ruiniano: offrire ai cattolici una grammatica – che contrapponeva alle logiche mondane del figlio dell’uomo, quelle soprannaturali del Figlio di Dio – per leggere la realtà alla luce dell’antropologia cristiana e della dottrina sociale della Chiesa, non semplicemente per adattarsi ad essa.

Un interrogativo, tuttavia, resta aperto. E se il limite del Progetto culturale non fosse stato soltanto organizzativo, né semplicemente legato alla figura di Ruini? Se il problema fosse stato ancora più a monte? La civiltà cristiana nasce dall’unità di lex orandi, lex credendi e lex vivendi. Il modo di pregare dà forma al modo di credere; il modo di credere genera un’antropologia; da quell’antropologia nasce una cultura e, infine, una classe dirigente. La cultura non è il punto di partenza: è il frutto di un ordine spirituale che la precede. È allora legittimo chiedersi se un progetto tanto ambizioso potesse davvero attecchire mentre, in ampi settori della vita ecclesiale – intra Ecclesiam – proprio quell’ordine andava progressivamente indebolendosi. Se la liturgia, la teologia e la catechesi non formano più un’identità coerente, anche il migliore progetto culturale rischia di rimanere senza popolo. Produce analisi, convegni, documenti ma difficilmente genera uomini.

Forse è qui il vero limite del Progetto culturale. Tentò di ricostruire il tetto quando le fondamenta avevano già iniziato a cedere. L’analisi di Ruini era lucida e la strategia ambiziosa. Ma l’humus spirituale e dottrinale da cui avrebbe dovuto nascere una nuova civiltà cristiana stava già venendo meno.

 

Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology

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