Il nardo da trecento denari: commenti patristici e scolastici e riflessioni di dottrina sociale
Trecento denari: circa 35mila euro di oggi. L’equivalente di un anno di lavoro versato ai piedi di Cristo. Spreco o verità sull’economia? Vangelo di Giovanni, Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino e San Gregorio Magno smontano un moralismo facile: Giuda non ama i poveri, ma la cassa. Dalla lettura di questi classici, proponiamo una lezione radicale su proprietà, dono e reputazione: non tutto ha prezzo, e ciò che conta davvero genera valore proprio perché eccede il mercato. Tra carità e impresa, tra Stato e libertà, emerge una verità scomoda: senza virtù, ogni redistribuzione diventa prelievo. E ogni economia, un’illusione.
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In occasione del Giovedì Santo, proponiamo alcune considerazioni sulla vicenda dei 300 denari, da cui la nostra rubrica prende il nome, a partire da Sant’Agostino (Tractatus 50), San Tommaso d’Aquino (Super Ioannem 12,1), e San Gregorio Magno (Homiliae in Evangelia II,33).Un ripasso del brano di Giovanni 12, 3-8:
Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: “Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?“. Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me“.
1. L’offerta a Dio dei propri beniIl gesto di Maria è di straordinaria attualità: insegna che ciò che è stato usato male può essere restituito a Dio come offerta. “Prima quella donna, dedita ad azioni illecite, usava il profumo per il piacere del suo corpo. Ciò dunque che aveva usato in modo disonesto per sé, ora lo offriva a Dio in modo lodevole. San Gregorio ricorda quanto questa donna, un tempo dedita al peccato, “tutti i piaceri che aveva avuto in sé, li trasformò in altrettanti sacrifici”.
Un richiamo questo, soprattutto per i laici, al dovere di vivere il proprio lavoro come offerta consapevole: nella preghiera, nella volontà e nel riconoscimento che i frutti, in ultimo, non sono nostri ma di Dio. Lavoro che da una parte comporta sacrificio, dall’altra restituisce ordine e libertà interiore.
2. Il valore del dono e la reputazione non monetizzabili: contro la riduzione al prezzo
Trecento denari era il prezzo di mercato dell’unguento. L’equivalente di un anno di paga di un operaio ai nostri giorni. Una cifra importante per Giuda, che pensava solo in termini di valore di scambio. Ma non per Maria, che vedeva nel nardo un valore d’uso non quantificabile: quello della devozione e della celebrazione bello, appunto. A proposito del dono, San Tommaso insiste sulla quantità proporzionale (“se hai molti beni, dona in proporzione”, Tobia 4-8) e sulle quattro virtù incorporate nell’atto di giustizia — compassione, umiltà, fede e carità — come componenti di un’offerta eccellente. Oggi la sociologia dei consumi insegna che l’economia funziona solo quando si riconosce che non tutto si riduce al prezzo. Il lusso autentico, la fiducia, la reputazione, il capitale relazionale: valori cosi detti intangibili, che il mercato prezza male ma che costituiscono il tessuto portante di qualunque realtà economica duratura. Scrive Sant’Agostino: “La casa si riempì del profumo: il mondo si riempì di buona fama; il buon profumo è infatti la buona reputazione”. Le aziende che la costruiscono con comportamenti virtuosi moltiplicano il valore; quelle che la saccheggiano per guadagni a breve termine — come Giuda con la cassa — la bruciano. È il grande tema del reputation capital, categoria economica con radici nella teologia morale, e che ci ripromettiamo per il futuro di dedicare una puntata.
3. La proprietà privata come condizione della generosità
Per donare il superfluo bisogna prima averlo. Un adagio molto usato nelle economie di mercato anti-distributiviste e che trova in Sant’Agostino uno dei suoi maestri: datti “da fare con ciò che ti è superfluo: per te è superfluo, ma è necessario ai piedi del Signore”. Qui la proprietà privata è condizione di possibilità della carità efficace. E non un ostacolo ad essa. Una presenza eccessiva dello Stato — anche con pressioni fiscali a giustificazione del welfare — depaupera il cittadino, non lasciandogli neanche quel superfluo che è fondamentale per donare. Centralizzando e appropriandosi della funzione caritativa, la rende impersonale, burocratica e inefficace. A tal proposito, il filosofo contro-rivoluzionario Gustave Thibon (1903-2001) in “Ritorno al Reale” osserva che una società sana deve sviluppare sia la giustizia (virtù impersonale) sia la misericordia (virtù personale): la prima dovrebbe essere prerogativa dello Stato (che spesso non la esercita, cedendo il passo a un generico buonismo); la seconda dell’individuo. Virtù che nelle società disordinate, invece, tendono a invertirsi. Ma che ritrovano il loro raccordo nella dottrina sociale: la sussidiarietà — che regola l’autonomia dei corpi intermedi — come difesa della sfera privata, come spazio in cui la generosità autentica diventa possibile.
4. La cassa comune e il problema del Principale-AgenteTorniamo ora alla figura dell’Iscariota: perché Cristo affida la cassa a Giuda, un ladro? Sant’Agostino spiega: per insegnare alla Chiesa a tollerare i malvagi, per donarci “un esempio di pazienza”, per offrirgli un’ultima chance di freno alla sua avidità e per separare la gestione del temporale dallo spirituale (“le cose spirituali agli apostoli, le temporali ai diaconi”). Questo passaggio pone una riflessione ante litteram sul problema del Principale-Agente in economia: affidare a un altro la gestione del denaro crea sempre il rischio di abuso. La risposta non è abolire la delega, ma costruire istituzioni di fiducia, trasparenza e responsabilità. L’alternativa statalista di controllo e coercizione, non risolve il problema, lo aggrava.
5. La retorica del povero come maschera del ladroSant’Agostino, San Tommaso e San Gregorio convergono su un punto dirompente: Giuda non difendeva i poveri, li usava. L’argomento ha una portata moderna precisa. Quante politiche fiscali, quante campagne di redistribuzione, quante “tasse di solidarietà” presentano la stessa struttura logica? Si invoca il bisogno del povero per giustificare la mano nella cassa. E cosa dire a chi sostituisce la parola “virtù” con quella (più laica e politicamente corretta) di “legalità” nella Chiesa: lo fa per giustizia o per assicurarsi l’otto per mille? San Tommaso è chirurgico: Giuda “aveva la cassa e prendeva ciò che vi veniva messo dentro”. Il controllore della cassa comune che si appropria del flusso è la figura archetipica del burocrate redistributivo. L’argomento che si sarebbe dovuto vendere l’unguento “per darlo ai poveri” era ipocrisia sistematizzata.
6. L’eccellenza dell’offerta: contro il minimo sindacale della virtùSan Tommaso osserva che Maria non portò un unguento qualunque, ma il migliore: non adulterato (pisticus = fidelis, autentico), proporzionato, costoso. Questo è l’opposto della logica del minimo indispensabile che caratterizza tanto il welfare assistenziale quanto certa cultura d’impresa da sussistenza. La tradizione cattolica esalta l’eccellenza produttiva — il bello, il vero, il costoso nel senso di ciò che vale — non come privilegio dei ricchi ma come espressione del bello che si offre a Dio. L’impresa privata, quando funziona, premia l’eccellenza. Lo statalismo, livellando per decreto, la punisce. Questo è il cuore dell’argomento anti-pauperista: non si serve Dio né il prossimo con l’offerta mediocre.
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Buon Triduo Pasquale e bonne prière a tutti i lettori!
Roberto e Gabriele