Le virtù come infrastruttura economica: la lezione di Super Habits

Viviamo nell’epoca del paradosso: mercati iper-regolamentati, élite moralmente allo sbando. Scandali aziendali, populismi, solitudine di massa, epidemia di burnout. I sintomi sono ovunque, ma la diagnosi manca. Andrew Abela*, preside della Busch School of Business e vincitore del Novak Award, la formula con una radicalità disarmante: tutto collassa perché abbiamo smarrito le superabitudini. Aristotele, Tommaso, neuroscienze e mercato convergono tutti su una tesi: la virtù non è moralismo, ma vantaggio competitivo. 

Mi sono appena imbattuto in questa originale pubblicazione, introdotta e recensita dall’amico Flavio Felice, espressione della scuola di Dario Antiseri, che ha avuto il merito di tradurre e divulgare in Italia il pensiero di Michael Novak. Novak, che ebbi modo di incontrare e discutere anni fa, ha dato un contributo decisivo alla riflessione che porterà alla Centesimus Annus, aprendo un varco importante tra economia di mercato e dottrina sociale. Da questa traiettoria culturale prende forma Super Habits di Andrew V. Abela, un libro che si colloca in continuità con quella tradizione ma con un taglio sorprendentemente operativo. Per facilitarne la lettura e metterne a fuoco la portata, ne ho articolato i contenuti per nuclei tematici. Ma andiamo per gradi.

Il libro. Super habits è stato appena pubblicato in Italia nel 2026 da Rubbettino, nella collana I semi della libertà. Ha la prefazione all’edizione italiana di Giuseppe Lavazza e una nota di Padre Vladimiro Caroli O.P., con una premessa di Flavio Felice e Antonio Zizza. La costellazione dei nomi è rivelatrice: un industriale cattolico, un domenicano e due accademici della tradizione liberista cattolica.

La tesi. Il nucleo è la virtù come abitudine, in quanto sono le abitudini che fanno la società. Una tesi antica — viene da Aristotele e da Tommaso — ma che Abela porta dentro il linguaggio della scienza comportamentale con argomenti che disarmano lo scetticismo contemporaneo.

L’argomento centrale è che la vita di molti è più complessa del necessario perché abbiamo «smarrito l’antico sistema delle superabitudini»: abitudini che hanno i superpoteri di guidare le decisioni, regolare le emozioni e migliorante le relazioni, rendendo l’esistenza più semplice e soddisfacente.

Le superabitudini. L’architettura della sua tesi poggia sull’esercizio di autocontrollo, umiltà, diligenza, gentile fermezza, perdono, ordine, eutrapelia (la gioia moderata, la leggerezza virtuosa), autodisciplina, coraggio, saggezza pratica, giustizia. Sono le categorie della filosofia delle virtù, ma trattate come abitudini pratiche acquisibili da chiunque attraverso passi quotidiani, e la scienza — dice Abela — conferma che coltivandole si diventa più felici, sani ed efficienti.

Senza cadere nell’astratto moralismo, Abela non dice che dobbiamo essere virtuosi perché è giusto. Dice che dobbiamo esserlo perché funziona. Poi aggiunge che la ragione per cui funziona è che corrisponde alla struttura profonda dell’essere umano. È l’insegnamento di Tommaso: grazia che presuppone natura, non la annulla.

Fondamenti teorici. Il lavoro di Abela si regge su tre piani sovrapposti.

Il primo è aristotelico-tomistico. Le virtù cardinali — prudenza, giustizia, fortezza, temperanza — sono quelle che hanno una funzione di «cardine», pilastro fondamentale, e tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Non sono consigli per brave persone. Sono la grammatica del comportamento umano eccellente. Abela usa l’esempio della temperanza nell’educazione finanziaria: uno dei modi più sicuri per perdere denaro in borsa è perdere l’autocontrollo e inseguire un mercato in calo. La virtù non è astrazione moralistica. È edge competitivo.

Il secondo piano è neuroscientifico e comportamentale. Qui Abela è in dialogo implicito con la tradizione di James Clear (Atomic Habits) e Charles Duhigg (Il potere delle abitudini), ma la supera. Il circolo segnale-routine-ricompensa spiega come si formano le abitudini , ma non dice nulla su quali abitudini valga la pena formare. È qui che la filosofia delle virtù entra come complemento necessario alla psicologia comportamentale: fornisce il teleologico, il per cosa. Le superabitudini di Abela non sono trucchi neurali, ma orientamenti stabili della volontà verso il bene, che la ripetizione consolida fino a renderli secondi natura.

Il terzo piano è politico e sociale. Abela sostiene che «una economia fiorente dipende da una cittadinanza virtuosa» e che senza virtù un’economia funziona solo attraverso l’enforcement. Con l’enforcement ottieni la mera conformità, non la creatività né l’entusiasmo. Questa è la traduzione economica di Tocqueville: la libertà non si regge su istituzioni soltanto, si regge su costumi, mœurs. Insomma, se i costumi si deteriorano, nessuna costituzione tiene.

Super habits e Magistero. La Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, che Abela ha studiato accademicamente per decenni, sostiene che il mercato libero è compatibile con la dottrina sociale cattolica a una condizione: che operi dentro un quadro giuridico-culturale che preservi la dimensione morale della persona. Il mercato produce ricchezza ma non produce virtù. Le virtù devono venire da altrove. Dalla famiglia, dalla comunità, dall’educazione, dalla fede. Super habits offre il manuale operativo di questa intuizione.

Dove la Rerum Novarum di Leone XIII diagnosticava il problema — la dissoluzione dei corpi intermedi, l’atomizzazione dell’individuo di fronte allo Stato e al mercato — e la Laborem Exercens di Giovanni Paolo II indicava il primato del lavoro sulla logica del capitale, Abela scende a livello micro: ogni persona, nella sua vita quotidiana, può ricostruire la struttura virtuosa che le istituzioni hanno smesso di trasmettere automaticamente.

Quattro argomenti che convincono. Da uomo pratico, Abela convince i suoi lettori su più piani.

1) Empirico. I Paesi con livelli più alti di fiducia sociale (capitale sociale) crescono di più e distribuiscono meglio la ricchezza. La fiducia non si decreta per legge. Si costruisce attraverso comportamenti ripetuti — puntualità, onestà, rispetto degli accordi — che sono esattamente le virtù che Abela chiama superabitudini. Se vuoi efficienza economica, devi volere la virtù.

2) Secondo argomento, il paradosso del controllo. Ogni euro speso in regolamentazione e compliance è un euro che segnala la mancanza di autoregolazione morale. Gli Stati con bassa corruzione e alta produttività non hanno più leggi degli altri, ma cittadini e manager con migliori abitudini morali. Senza virtù si ottiene «mera conformità, non creatività o entusiasmo». La virtù è più efficiente della sorveglianza.

3) Terzo argomento, contro il determinismo strutturale. Se si osserva, la risposta delle Sinistre alla crisi morale è sempre strutturale: cambiate le istituzioni e gli incentivi, e la morale seguirà. Ma l’evidenza dice altro. Le riforme istituzionali prive di cambiamento culturale si insabbiano o vengono colonizzate dagli stessi vizi che dovevano correggere. Le superabitudini sono l’unica riforma che nessun gruppo di interesse può catturare, perché avvengono nella coscienza di ciascuno.

4) Quarto argomento, contro il nichilismo pratico. Lo scettico postmoderno dirà: la virtù è relativa, chi decide quale comportamento è «virtuoso»? Abela risponde che la convergenza tra etica aristotelica, insegnamento tomistico, ricerca neurocomportamentale, e studi sulla felicità soggettiva (da Kahneman a Seligman) su un insieme comune di caratteristiche — autocontrollo, gratitudine, coraggio, giustizia — non è un caso. È la descrizione empirica di come funziona bene la psicologia umana. Una vera e propria scoperta.

In breve. La lettura di questo libro arriva sembra arrivare nel momento giusto. Viviamo in un’epoca di straordinaria incoerenza: iper-regolamentazione nei mercati finanziari, collasso della disciplina morale nelle élite che li gestiscono. Scandali aziendali, lo populismi come risposta a promesse non mantenute, solitudine di massa nelle democrazie più ricche della storia, epidemia di burnout. I sintomi sono ovunque. La diagnosi di Abela è che tutte queste patologie hanno una radice comune: la perdita delle superabitudini a livello individuale, che si riversa poi sul tessuto collettivo.

Ecco allora le virtù generare super abitudini, uscire da precetti astratti e trasformarsi in competenze pratiche che si insegnano, si esercitano, si misurano. Una società libera e felice — il sottotitolo del libro — non è un’utopia: è il risultato aggregato di milioni di persone che hanno imparato a fare bene ciò che è difficile fare bene.

Super habits non è un libro di edificazione religiosa per chi già ci crede. È una proposta di ordine sociale per chi vuole capire perché le società funzionano o collassano. E cosa ciascuno può fare prima che arrivi lo Stato a rimediare con le sue soluzioni costose e spesso controproducenti.​​​​​​​​​​​​​

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*Andrew Abela è preside e fondatore della Busch School of Business alla Catholic University of America di Washington, docente affiliato al programma Human Flourishing di Harvard, e vincitore del Novak Award dell’Acton Institute. Diecimila dollari assegnati per «contributi significativi allo studio del rapporto tra religione e libertà economica». Prima ancora, ha fatto il brand manager alla Procter & Gamble, il consulente alla McKinsey, il managing director del Marketing Leadership Council. Il curriculum è quello di qualcuno che ha lavorato dentro le macchine del capitalismo reale e poi ha scelto di capirle, non di condannarle.

Roberto Manzi

Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology

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