Il falso dilemma dei cattolici tradizionalisti: mercato o statalismo? La risposta (di Cochin) è un’altra

L’interrogativo di economia in cui mi sono imbattuto più frequentemente, tra i cattolici legati alla Tradizione, è sempre lo stesso: il tradizionalista è a favore del libero mercato? “No!”, tuonano alcuni: “quella è roba da Rothschild, da Davos… da economisti illuministi!”. Allora il tradizionalista sarà a favore di un maggiore intervento dello Stato in economia? (ammesso che vi sia ancora spazio per aumentarlo) “No!”, tuonano gli altri: “noi siamo contro i comunisti!”.

Per uscire dalla diatriba che abbiamo volutamente (nemmeno troppo!) infantilizzato, ci aiutiamo con alcuni stralci del libro “La società di pensiero e la Rivoluzione fransese. Meccanica del processo rivoluzionario” di Augustin D. M. Cochin (1876 – 1916), storico e sociologo, brillante esponente del legittimismo cattolico francese. Proponiamo allora alcuni quesiti molto concreti, ai quali rispondiamo con una sintesi del suo pensiero. In fondo al post, per chi desidera approfondire, riportiamo alcuni estratti più ampi dell’autore.

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DOMANDA 1: CHIEDERE MAGGIORE LIBERTÀ ECONOMICA SIGNIFICA ASSECONDARE IL PROCESSO RIVOLUZIONARIO E MODERNISTA, CHE CONDUCE ALLO SNATURAMENTO DELL’INDIVIDUO E AL SUO DISTACCO DAL REALE?

La risposta è “no”. O meglio: “no, non necessariamente”.  Insegna il Cochin che la libertà può essere chiesta in due modi:

  • come realtà concreta, nata da storia, interessi, corpi sociali, limiti; un esempio che porta è quello della rivoluzione inglese del 1688 (forse, se ne potevano trovare di meglio), durante la quale si reclamarono libertà concrete, negoziate (cd “privilegi”), limitate e calate in un contesto reale e specifico.

  • oppure come principio astratto (“La liberté ou la mort”) che deve essere valido non solo per chi lo chiede ma per tutto il genere umano; l’esempio è quello della Rivoluzione Francese, figlia di un’ideologia che idolatra una libertà teorica ed assoluta pensata astrattamente a sistema.

Il piano filosofico utilizzato dall’autore, ovviamente, ha ripercussioni e ridiscende la dimensione economica.

DOMANDA 2: I RIVOLUZIONARI, SONO “LIBERISTI” O “STATALISTI”?

Insegna il Cochin che il rivoluzionario non è né necessariamente liberista, né necessariamente statalista. Per la Rivoluzione, le idee cambiano continuamente: ma tutte sono unite dallo stesso fil rouge. L’astrazione.
Il rivoluzionario, in economia, può essere entrambe le cose, anche a distanza di poco tempo. Perché ciò che conta per lui non è la soluzione adottata, ma il principio da cui si parte. Non è raro vedere intellettuali trasformarsi, nel giro di pochi anni, da fascisti a comunisti (1945), e poi da comunisti a liberal-democratici (1989). Le posizioni cambiano; il meccanismo resta.
Non si tratta di semplice opportunismo: se si parte da un’idea astratta — la libertà assoluta, l’uguaglianza assoluta, il progresso inevitabile — accade che oggi si invochi il mercato per distruggere un ordine e domani si invochi lo Stato per distruggerne un altro. Come osservava Nicolás Gómez Dávila: “II rivoluzionario non odia perché ama, bensì ama perché odia”. Le dottrine cambiano continuamente, ma il principio resta lo stesso, e chi lo condivide resta “dei nostri”, anche se muta posizione ogni tre mesi.

DOMANDA 3: PERCHÉ LA RIVOLUZIONE AVANZA NONOSTANTE I SUOI DISASTRI?

Insegna il Cochin che chi parte dalla realtà (interessi concreti, limiti, esperienza): discute, distingue e si divide. Chi invece parte da un principio astratto: è compatto, è coerente (in apparenza) ed è pronto a spingersi sempre oltre. Il risultato è che i teorici vincono e i realisti arrancano. Il principio democratico è una chimera in quanto nelle assemblee a voto costante “le decisioni [sono spesso prese] alle undici di sera, quando i padri di famiglia e i cittadini che lavorano sono a letto; a quell’ora nella sala rimangono poche dozzine di fanatici“. 

CONCLUSIONI

Ecco chiarita la trappola in cui cade spesso il mondo cattolico, quando continua a invocare un maggiore intervento delle amministrazioni pubbliche in pieno leviatano e con un carico fiscale che supera abbondantemente due terzi delle proprie entrate. Così come è bene scansarsi dalla tentazione ideologica della reazione opposta.
Difendere la libertà economica non è necessariamente rivoluzionario; Augustine Cochin sostiene che dipende da come la si intende:

  • se la si chiede perché è utile, concreta, limitata e radicata nella realtà, allora è legittima.

  • se invece la si assume come un dogma astratto di libertà assoluta, allora si rientra nello stesso schema rivoluzionario.

Una sintesi chiara e definitiva la offre Giovanni Paolo II: se per “capitalismo” si intende un sistema che valorizza impresa, mercato, proprietà e responsabilità, il giudizio deve essere positivo; ma se la libertà economica non è inserita in un ordine giuridico e orientata al bene umano, allora il giudizio diventa negativo.

 

Gabriele

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