Quando la sicurezza divora la libertà

Divieto per gli ultraottantacinquenni di circolare in autostrada o di allontanarsi più di cento chilometri da casa; casco, targa e assicurazione per i monopattini elettrici. Sono solo un paio delle misure uscite col tempo dal cilindro del ministro dei Trasporti Matteo Salvini.

E sono molto indicative di una tendenza assai più vasta che pervade (a sinistra così come a destra) la politica italiana ed europea: trasformare la sicurezza da bene prudenziale a valore assoluto, al quale subordinare libertà, responsabilità e vitalità sociale. Le sue radici più profonde affondano nella negazione di Dio e nel conseguente tabù della morte, che trasforma la sicurezza da mezzo in fine.

IL SAFETYISM

In “The Coddling of the American Mind”, Greg Lukianoff e Jonathan Haidt hanno reso celebre il termine “safetyism“: l’ideologia che attribuisce una priorità assoluta alla sicurezza, non soltanto fisica, ma anche psicologica ed emotiva. Secondo gli autori, essa si fonda su tre grandi falsità: ciò che non ci uccide ci rende più deboli; bisogna fidarsi sempre delle proprie emozioni; la vita è una battaglia fra persone buone e persone cattive.
Il libro si concentra soprattutto sulle università americane e canadesi: lotta al bullismo e alle discriminazioni, proliferazione degli spazi protetti, censura delle opinioni ritenute offensive e progressiva identificazione del disagio con il pericolo.

Come sintetizza Ben Simpson: “C’è differenza tra lanciare un salvagente a qualcuno che rischia di annegare e impedirgli del tutto di entrare in piscina, oppure consentirgli di accedere soltanto a una piscina così poco profonda da non poter provare la libertà e l’emozione che si sperimentano avventurandosi dove l’acqua è alta. Se l’acqua non è abbastanza profonda, non impareremo mai a nuotare”.

LA SICUREZZA COME SISTEMA

Possiamo estendere il concetto a molti fenomeni che osserviamo quotidianamente in Italia: la formazione ricorrente sulla sicurezza per chi lavora in ufficio e le informative per i lavoratori in smart; i continui aggiornamenti MiFID richiesti dalle banche e che stabiliscono a quali investimenti possiamo accedere e a quali no; le isole spartitraffico e gli altri dispositivi progettati per far rallentare; la moltiplicazione di certificazioni, liberatorie e adempimenti; volontari e sagre parrocchiali obbligati a partecipare ai corsi sulla sicurezza; quarantene proposte ad ogni nuova avvisaglia di focolaio; allerte meteo anche quando il meteo è perfettamente normale (cosiddette “allerte gialle”); obblighi aziendali per il whistleblowing; visite mediche sportive obbligatorie per iscriversi in palestra.

La stessa dinamica interessa l’infanzia: i dispositivi antiabbandono, obbligatori dal 2019 per chi trasporta bambini di età inferiore ai quattro anni; i rialzi in auto fino ai 10-12 anni; gite scolastiche cancellate per timore delle responsabilità; parchi giochi sempre più sterili; il terrore fatto su zabaioni o sul tradizionale “dito di vino” a tavola; bambini che non possono entrare a scuola con qualche minuto d’anticipo o tornare a casa da soli.

Riguardo al mondo del lavoro, Mattarella ha richiamato più volte la necessità di arrivare a zero morti. Ma per arrivarci, scorgiamo una sola strada: annientare il lavoro stesso. Come, per avere zero annegamenti, occorre impedire ogni contatto con l’acqua. I morti si trovano soltanto dove ci sono i vivi. L’unico modo infallibile per eliminare seriamente la possibilità della morte è eliminare la libertà, l’azione e, infine, la vita stessa.

Ogni nuova imposizione richiede dispositivi, sensori, batterie, imballaggi, sostituzioni, manutenzioni e trasporti, aumentando costi e inquinamento. Se poi gli elettori si lamentano del caro prezzi, al governo basterà incolpare la speculazione degli esercenti, diventati ormai l’equivalente dei “sabotatori” in Unione Sovietica. Per l’inquinamento verranno naturalmente incolpati i consumatori, chiamati poi a espiare con ulteriori divieti e tasse.

Non si tratta di sostenere che ogni singola precauzione sia inutile o irragionevole. Il criterio decisivo è la proporzione tra il rischio evitato e ciò che viene sacrificato: denaro, tempo, libertà, responsabilità personale, spontaneità sociale.

Il culto contemporaneo della sicurezza conosce però eccezioni significative. Quando la prudenza entra in conflitto con i dogmi della rivoluzione sessuale — rapporti contro natura, contraccezione e aborto — il rischio fisico, psicologico e spirituale viene minimizzato oppure affidato alla tecnica medica. Sui pacchetti di sigarette campeggiano avvertenze sui rischi per il nascituro; sulle confezioni della cosiddetta “pillola del giorno dopo” non compare invece alcun richiamo.
Un analogo doppio criterio emerge nel racconto dei pericoli provenienti dal mondo animale. Di fronte a lupi, orsi o cani appartenenti a razze selezionate per il combattimento ricorre puntualmente la formula rassicurante: “n
on attaccano l’uomo, se non si sentono minacciati”. Quindi, la stessa società che assolutizza il principio di precauzione, tende a sospenderlo quando il pericolo è protetto dal sentimentalismo animalista o rivestito di un significato ecologico.

L’ESTINZIONE DEI TAMARRI IN MOTORINO

Anche la pubertà viene vissuta diversamente. L’esperienza virtuale ha progressivamente preso il posto delle orde di maschietti che, fino a pochi decenni fa, facevano i pavoni davanti alle ragazze in sella al motorino, smarmittando e impennando.
Patentini, assicurazioni sempre più costose, caschi, autovelox e limitazioni hanno contribuito — insieme al calo demografico, ai costi e all’avvento degli smartphone — a castrare i nostri “giovani tamarri”, trasferendone una parte dell’esuberanza dalle strade alla pornografia digitale.

Il crollo dei cinquantini è impressionante: intorno al 2000 se ne vendevano in Italia circa 311.000 all’anno; negli ultimi anni il mercato si è attestato intorno alle 20.000 unità. Nel frattempo, la storica Malaguti, che produceva motocicli nel Bolognese, ha cessato la produzione nel 2011. Il marchio è stato poi rilevato e rilanciato, ma non esiste più la vecchia azienda industriale italiana.

L’ORIGINE DEL FENOMENO

Il fenomeno ha sicuramente anche un’origine materiale. (1) La necessità di alimentare con nuove norme un ecosistema di burocrati, quello che Boni Castellane definisce il Parastato gramsciano che ha occupato magistratura, media e cultura, scuola e università e burocrazia, riuscendo, in questo modo, a controllare anche il resto della società. A questi si accoda un gregge di consulenti, formatori, certificatori, assicuratori e controllori. (2) Il persistente bisogno di nuove entrate pubbliche fa sì che addirittura le amministrazioni iscrivano già nei bilanci previsionali le entrate attese dalle sanzioni amministrative (vedi l’esempio di Modena). (3) Il meccanismo tende ad alimentarsi da solo: dopo un incidente, nessun amministratore viene accusato di avere imposto troppe precauzioni; molti possono invece essere accusati di averne imposte troppo poche. Ogni disgrazia genera quindi una nuova regola, un nuovo modulo, un nuovo corso e un nuovo soggetto incaricato di controllare (vedi precedente post sull’illusione del potere normativo per De Maistre).

Esiste però anche un’altra origine, molto più profonda. Ed è un’origine di matrice spirituale: (1) la volontà di creare un paradiso in terra, (2) lo scetticismo nell’aldilà e (3) la negazione del significato escatologico della sofferenza, hanno creato un tabù nei confronti della morte e del dolore.

Si dimentica però che Dio stesso, fin dall’Eden, ha creato l’uomo libero. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso” (Mt 16,24): Si noti che Cristo non impone: dice «se qualcuno vuole». Una libertà tanto reale da poter essere usata anche contro il bene, producendo conseguenze sugli altri, come mostra il peccato originale. Dio non vuole il male, ma non sopprime la libertà per impedirlo preventivamente.

L’uomo protetto da tutto non diventa più sicuro, ma più fragile, ansioso e dipendente dall’autorità. Sono procedure che si sedimentano: tra qualche anno diventerà biasimevole il solo fatto di uscire per una corsetta al parco se la nostra visita medica sarà scaduta. Si cancella anche il senso di paternità (qui, Claudio Risè) dato che educare significa necessariamente permettere di cadere. Si tratta inoltre dell’ennesima smentita del principio di sussidiarietà visto che lo Stato non dovrebbe sostituirsi sistematicamente al giudizio della famiglia, dell’impresa e della persona adulta.

In conclusione, una civiltà che non sa più attribuire un significato soprannaturale alla morte finisce per sacrificare la pienezza della vita alla mera conservazione biologica.

Gabriele

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