L’immigrazione, sintomo del fallimento del sistema Paese. Perché siamo d’accordo con Ettore Gotti Tedeschi

L’aspetto più interessante dell’articolo di Ettore Gotti Tedeschi, pubblicato su La Verità del 4 luglio e da noi riportato integralmente qui, non è la classica critica all’immigrazione di massa, ormai patrimonio comune di un certo dibattito pubblico. Più della critica all’immigrazione, colpisce la critica al presupposto che la sorregge: l’idea che l’immigrazione sia una necessità economica indiscutibile. La vulgata mainstream è oramai chiara: senza un flusso costante e crescente di immigrati l’Italia non avrebbe manodopera sufficiente, non riuscirebbe a pagare le pensioni, non potrebbe sostenere il proprio sistema di welfare e smetterebbe di crescere. Tuttavia, questa è un’affermazione che raramente viene sottoposta ad una domanda più elementare: un’economia che sopravvive soltanto importando continuamente nuovi contribuenti è davvero un’economia in salute, o è piuttosto un modo per rinviare un problema, per posticipare il più possibile la resa dei conti?

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Gotti Tedeschi coglie un punto: l’immigrazione non è la causa né la soluzione della crisi, ma il segnale di un modello economico ha perso la capacità di sostenersi autonomamente; il sintomo di un sistema che ha smesso di produrre da sé le condizioni per stare in piedi da solo; la prova che il modello di welfare europeo non è più in grado di reggersi senza importare nuovi contribuenti. Una società che non fa più figli, che scoraggia fiscalmente la famiglia, che tassa il lavoro ancor di più dei tassi sulla rendita, che disincentiva il risparmio a vantaggio del consumo immediato, che moltiplica il debito pubblico senza porsi il problema di chi lo ripagherà, e che ha costruito un welfare strutturalmente insostenibile rispetto alla propria base demografica, non risolve questi errori sostituendo la popolazione che li ha prodotti: li occulta, li rinvia, li scarica su chi verrà.

Il punto è che la politica – che mai come in queste settimane sta cavalcando a fini elettorali il tema – presenta l’immigrazione come una risposta a un problema, quando in realtà serve soprattutto a non affrontarne le cause reali, oramai note: la denatalità strutturale, che nessuna politica di sostegno alla famiglia degli ultimi trent’anni ha scalfito; la produttività stagnante, che non è un dato congiunturale ma il sintomo di un apparato produttivo poco competitivo; l’eccesso di spesa pubblica rispetto a quella per investimenti; una pressione fiscale che colpisce puntualmente il lavoro dipendente e il ceto medio produttivo; la progressiva erosione del capitale familiare, da sempre sede di trasmissione di valori, di risparmio; e del primo welfare; un sistema educativo che si è trasformato, in larga misura, in un ammortizzatore sociale più che in una fucina di competenze; e infine, il lento ma reale declino di una cultura del lavoro che un tempo era patrimonio condiviso del Paese Italia, repubblica fondata sul lavoro.

Il paradosso è che quasi nessuno, nel dibattito pubblico, si soffermi su un fatto che è squisitamente contabile prima ancora che ideologico: l’Italia conta milioni di persone formalmente inattive, un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa, salari fermi da oltre un decennio in termini reali e una produttività che cresce meno di quella dei principali concorrenti continentali. Eppure, si continua a raccontare che il problema sarebbe la scarsità di lavoratori. Questo non è più un’analisi economica: è una narrazione funzionale alla sopravvivenza del sistema Paese così come oggi è congegnato. Uno Stato che spende sempre di più non ha strutturalmente bisogno di riformare la propria spesa: ha bisogno di allargare continuamente la base imponibile che la finanzia, ed è esattamente la stessa logica per cui la finanza pubblica ricorre al debito anziché ridurre il proprio perimetro. Cambiano gli strumenti tecnici, non cambia il principio che li governa. Ovvero, ridurre al minimo la sua presenza nell’economia e restituire spazio alla società e al mercato.

È evidente allora che il dibattito nasce da una domanda mal posta. Non si tratta di stabilire se servano più immigrati, ma di chiedersi perché il modello sociale europeo, così come si è sedimentato nel dopoguerra, abbia bisogno di una crescita demografica permanente per evitare il collasso dei propri conti previdenziali e fiscali. In un’economia realmente libera è il capitale, non l’importazione di manodopera a basso costo, a sostituire progressivamente il lavoro meno produttivo; è l’innovazione ad aumentare il valore aggiunto per occupato; è la tecnologia a liberare risorse umane per impieghi a più alto valore; sono le imprese a competere sulla qualità del prodotto, non sul prezzo della manodopera disponibile. La ricchezza di una nazione nasce dalla produttività del lavoro esistente, non dall’aumento indefinito del numero dei contribuenti che la sostengono. Proviamo a dirlo in altre parole: il mercato non ha bisogno strutturale di immigrazione di massa, ma ha bisogno di libertà economica. È lo Stato redistributivo, semmai, ad averne bisogno, perché il suo equilibrio dipende dall’espansione continua della platea di chi lo finanzia.

In questa prospettiva l’immigrazione smette di apparire come una politica economica autonoma e si rivela per ciò che è: il meccanismo con cui un modello ormai esaurito nelle proprie fondamenta tenta di prolungare artificialmente la propria esistenza, spostando sempre più in avanti un redde rationem, che prima o poi dovrà comunque presentarsi. Il problema, allora, non è più chi arriva, ma il modo in cui un sistema ha (dis-) imparato a considerare gli uomini come semplici fattori di produzione, contribuenti da contabilizzare, consumatori da aggiungere alle statistiche del prodotto interno lordo. È la stessa antropologia economicista che riduce la persona a capitale umano, categoria tecnicamente utile ma antropologicamente povera. Ed è precisamente su questo punto che il pensiero cristiano nella sua declinazione tomista e sociale – e quello autenticamente ispirato all’economia di mercato – tornano a incontrarsi. Perché entrambi ricordano, da premesse diverse ma non incompatibili, che la società nasce dalla libertà delle persone, delle famiglie e dei corpi intermedi, e non dalla pianificazione demografica dello Stato. Quando uno Stato arriva al punto di dover importare popolazione per continuare semplicemente a funzionare, il fallimento non è dell’immigrazione, ma dello Stato che l’ha resa necessaria.

 

Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology

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