Il Creato non è green. Oltre l’ecologismo, per una ecologia della custodia e dell’ereditabilità
Abbiamo separato i rifiuti, moltiplicato i bidoni, imposto costi alle famiglie e alle imprese, costruito un’industria del riciclo. Poi abbiamo scoperto che comprare plastica vergine dall’Asia può costare meno che riciclare la nostra. E adesso, in alcuni territori, non sappiamo più dove mettere quella raccolta. Forse il problema non è l’ecologia. È l’ecologismo. C’è una notizia pubblicata da Repubblica (qui) che meriterebbe di essere incorniciata nelle sedi della Commissione europea. La raccolta differenziata della plastica rischia di incepparsi perché i centri di stoccaggio sono pieni. Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla – il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica – descrive un mercato nel quale l’offerta di materiale recuperato supera la capacità di assorbimento della domanda. Il motivo? Sono stati costruiti impianti e le imprese europee hanno investito per trasformare il rifiuto in nuova materia prima. Alla fine della catena arriva però il mercato e ci dice che in determinate condizioni la materia vergine importata può risultare più conveniente del riciclato europeo. Ecco allora i tre corto circuiti di un sistema pensato per chiudere il ciclo, ma che rischia di incepparsi proprio nel suo ultimo passaggio.
Vediamo assieme una critica al sistema corrente e concludiamo con una proposta, prendendo spunto dagli scritti dell’Architetto Ettore Maria Mazzola.
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1. Liberare l’ecologia dalla religione civile dell’ecologismo. La prima cosa da fare è fare chiarezza tra fini e mezzi. La raccolta differenziata è uno strumento. Il riciclo è uno strumento. La decarbonizzazione è uno strumento. Persino l’economia circolare è uno strumento. Nessuno di essi è un fine. Se una filiera di recupero diventa economicamente insostenibile mentre il mercato europeo resta esposto a materiali concorrenti prodotti altrove a condizioni differenti, l’obiettivo ambientale entra in conflitto con la sopravvivenza della stessa industria che dovrebbe realizzarlo.
La Commissione europea, del resto, continua a fissare obiettivi di riduzione degli imballaggi, riciclabilità, riuso e maggiore contenuto riciclato, con nuove regole applicabili dall’agosto 2026. (qui). Il punto non è mettere in discussione il riciclo, ma evitare che da strumento diventi un dogma, giudicato virtuoso indipendentemente dai risultati che produce. Se raccogliamo, trasportiamo e selezioniamo un materiale che poi nessuna impresa locale riesce ad acquistare in condizioni competitive, abbiamo risolto solo la prima metà del problema. E se il materiale eccedente è costretto alla combustione, il cortocircuito diventa evidente: differenzia, raccogli, trasporta, seleziona… il mercato non lo vuole e alla fine brucia.
2. Superare i criteri ambientali minimi.Le politiche ambientali non chiedono più soltanto materiali riciclabili, ma impongono o premiano percentuali crescenti di materia riciclata. Nei Criteri Ambientali Minimi degli appalti pubblici, in alcuni casi, più aumenta questa quota, più aumenta il punteggio (qui).
La logica sembra semplice: più riciclato, meno materia vergine. Ma non sempre più riciclato significa un prodotto migliore. I successivi cicli di lavorazione possono infatti degradare alcuni polimeri e ridurne le prestazioni. Ciò non significa che il riciclato produca necessariamente oggetti più fragili: molto dipende da materiale, lavorazione e progettazione. Significa però che la percentuale, da sola, non misura il beneficio ambientale reale (qui).
Se un prodotto contiene più riciclato ma dura meno e deve essere sostituito prima, dov’è il vantaggio? Il rischio è premiare il rispetto del parametro invece della durata. Una vera economia circolare dovrebbe rovesciare la gerarchia: prima evitare il superfluo, poi far durare, riparare e riutilizzare; soltanto dopo riciclare. Una sedia che dura trent’anni può essere più ecologica di una “circolare” sostituita tre volte. È questa la differenza tra percentuale ed ereditabilità (qui).
3. Viva la plastica. Sarebbe però troppo comodo concludere che il mercato abbia sempre ragione e che ogni politica ambientale sia inutile. Rimane una questione reale: produciamo e consumiamo una quantità enorme di oggetti destinati a diventare rifiuti in tempi brevissimi. La plastica è un materiale straordinario, che ha consentito progressi enormi nell’alimentazione, nella medicina, nell’igiene, nei trasporti e nell’industria. Ma proprio qui sta il paradosso: abbiamo utilizzato un materiale capace di durare molto a lungo per produrre miliardi di oggetti concepiti per durare pochissimo. Anche la Commissione europea riconosce il problema del consumo di plastica monouso e punta esplicitamente su prevenzione, riuso e riduzione dei rifiuti. (qui)
È qui che una critica conservatrice alla società dei consumi può diventare persino più radicale dell’ecologismo progressista. Perché il problema non nasce nel bidone. Nasce molto prima: nel rapporto che abbiamo costruito con le cose, nella loro durata e nella velocità con cui siamo indotti a sostituirle.
Dalla sostenibilità alla ereditabilità.
Ettore Maria Mazzola, in un saggio pubblicato da Il Covile, propone una categoria particolarmente feconda: sostituire alla parola ormai logora «sostenibilità» quella di «ereditabilità». Il ragionamento nasce dall’architettura e dalla città, ma può essere esteso all’intero modo di produrre e consumare. Mazzola invita a pensare luoghi capaci di rispettare economie, artigianato, tradizioni e materiali locali e soprattutto le generazioni future, fino a parlare non più di «città sostenibili» ma di «città ereditabili» (qui).
Ecco allora una possibile ecologia contro-rivoluzionaria: non consumare meno perché lo ordina Bruxelles, ma consumare meglio perché le cose hanno un valore. Non sostituire automaticamente ciò che funziona perché una nuova norma o una nuova moda lo dichiara superato. Tornare invece a produrre oggetti fatti per durare, essere mantenuti, riparati, riutilizzati, ceduti e magari ereditati. L’ecologia smette così di essere amministrazione del senso di colpa e torna a essere responsabilità verso ciò che abbiamo ricevuto.
Le nostre nonne non conoscevano l’economia circolare, la praticavano. La bottiglia tornava al negoziante. Il mobile passava ai figli. Il vestito veniva aggiustato. Il barattolo diventava contenitore. Il ferro vecchio aveva un valore. Il falegname riparava la sedia, l’orologiaio l’orologio, il calzolaio le scarpe. Non perché avessero frequentato un corso ESG, ma perché le cose costavano, il lavoro incorporato nelle cose era riconoscibile e gettare qualcosa che poteva ancora servire era considerato uno spreco. La rivoluzione consumistica ha fatto esattamente il contrario: ha separato l’uomo dalla durata. Il prodotto deve essere sostituito, il modello dell’anno precedente deve apparire vecchio, la riparazione deve costare quasi quanto l’acquisto. Qui emerge una parentela che l’ecologismo contemporaneo tende a sottovalutare: capitalismo consumistico globale e green consumistico possono diventare complementari. Il primo ha bisogno che compriamo continuamente; il secondo rischia di fornire una giustificazione morale per sostituire anticipatamente ciò che possediamo.
Dal globale al locale. C’è poi la questione della sussidiarietà, sulla quale 300 Denari insiste da tempo. Una politica ambientale costruita quasi esclusivamente attraverso obiettivi uniformi, regolamenti sovranazionali, certificazioni e grandi programmi industriali tende inevitabilmente a guardare dall’alto. Ma l’ambiente esiste sempre in un luogo: il fiume, il bosco, il campo, il quartiere, la costa, la fabbrica, il paese. Ed esistono comunità che hanno un interesse diretto a conservarli.
La risposta può essere una sussidiarietà ambientale: responsabilizzare produttori, consumatori, Comuni, consorzi, artigiani e imprese; accorciare dove possibile le filiere; rendere economicamente sensato recuperare materia vicino ai luoghi di consumo; favorire riparazione e riuso prima ancora del riciclo. La stessa Unione europea afferma che l’obiettivo è rendere gli imballaggi riciclabili anche in modo economicamente praticabile e ridurre la dipendenza da materie prime provenienti da Paesi terzi (qui). Perché anche il riciclo consuma energia, trasporto, impianti e lavoro. La cosa migliore da riciclare resta spesso quella che non è ancora diventata un rifiuto.
Conservatore e conservazione hanno la stessa radice. Eppure, la tutela dell’ambiente è stata largamente identificata, nel dibattito pubblico, con una cultura progressista. È un paradosso interessante. Una sensibilità fondata sul limite, sull’eredità, sulla continuità fra generazioni, sulla terra, sulla proprietà accompagnata dalla responsabilità, sulla bellezza dei luoghi e sulle comunità locali possiede già molti degli strumenti concettuali necessari per un’autentica ecologia. La tradizione cristiana, inoltre, non considera il mondo né una divinità da adorare né una cava da saccheggiare. Lo considera creato: affidato all’uomo, ma non fabbricato dall’uomo. Da qui può nascere una posizione distinta tanto dall’ambientalismo punitivo quanto dal produttivismo senza limiti. Proprietà e responsabilità, libertà e limite, sviluppo e destinazione universale dei beni non devono essere separati.
Il caso della plastica ci offre allora un’occasione. Non abolire la differenziata: superarla culturalmente. La domanda non può essere soltanto «quanto abbiamo riciclato?». Dovrebbe diventare: quanto abbiamo evitato di trasformare inutilmente in rifiuto? Quanto dura ciò che produciamo? Quanto può essere riparato? Quanto valore rimane nel territorio? Quanto dipendiamo da filiere lontane? Quanto costa complessivamente, economicamente e ambientalmente, ciò che chiamiamo ecologico? E soprattutto: che cosa stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi?
Questa può essere un’ecologia della responsabilità, della proprietà, della sussidiarietà, della durata, della riparazione, delle comunità e delle generazioni. Un’ecologia che diffidi dell’usa e getta; che preferisca l’artigiano capace di aggiustare al bonus per ricomprare; che misuri il progresso non dalla velocità con cui sostituiamo le cose, ma dalla capacità di farle durare. L’ecologismo contemporaneo parla di sostenibilità. Una cultura dell’eredità può porsi una domanda più concreta e più antica: siamo ancora capaci di ricevere qualcosa, custodirlo, migliorarlo e trasmetterlo? Se la risposta torna a essere sì, forse avremo trovato una strada ambientale meno ideologica e, soprattutto, più umana ed in continuità con l’ordine della Creazione.
Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology