Quando la Terra prende il posto di Dio: l’equivoco dell’ecologismo cattolico

La Commissione Teologica Internazionale ha appena messo nero su bianco un passaggio destinato a far discutere. Nel documento 'Prendersi cura della nostra Casa comune", pubblicato il 2 settembre con l'autorizzazione di Papa Leone XIV, si afferma che «la questione ecologica è una questione teologica» e si invita ad «ascoltare il grido della Terra e dei poveri». È una formula forte, ormai stabilmente entrata nel lessico ecclesiale. Stando alle notizie che giungono dal Vaticano e dagli alti prelati, pare che il dialogo con Madre Terra sia piuttosto intenso: tra lamenti, gemiti e grida, la comunicazione appare forse un po’ chiassosa e concitata, ma certamente frequente.
Già il Card. Jean-Claude Hollerich, allora presidente della COMECE,
nel 2021 affermò che la Terra «grida», aggiungendo che queste «grida» avevano assunto la forma di temperature record, alluvioni e incendi. Nel 2022 Papa Francesco affermava: «Per prima, è la sorella madre terra che grida. In balia dei nostri eccessi consumistici, essa geme e ci implora di fermare i nostri abusi e la sua distruzione». Nel 2024 di nuovo: «La Terra ha la febbre», ascoltiamo «con il cuore il grido della Terra»; «Stiamo ascoltando questo dolore?». Anche quest’anno la Commissione Teologica internazionale dedica all’ “Ascolto del grido della Terra e dei Poveri“ addirittura un capitolo a sé nel “Prendersi cura della nostra Casa comune“. Ma la natura ha coscienza di sé?
Oltre a questa provocazione, la domanda alla quale proviamo a rispondere è un’altra: l’avallamento, da parte delle gerarchie ecclesiastiche, delle politiche ambientali promosse dalle istituzioni internazionali è davvero la risposta più efficace? Oppure una soluzione migliore può venire da imprese libere e innovative, operanti in società sufficientemente prospere da potersi occupare della tutela dell’ambiente e fondate su una solida coscienza morale?

 Quando alla natura attribuiamo una coscienza morale
Nella predicazione cattolica ricorre un linguaggio secondo il quale la Terra starebbe “gridando”, la natura starebbe “reagendo” oppure il pianeta ci starebbe in qualche modo “punendo” per il nostro comportamento irresponsabile nei confronti dell’ambiente. Sono interpretazioni morali nelle quali inquinamento, emissioni, consumismo e sfruttamento delle risorse vengono riuniti in una sorta di dramma cosmico nel quale l’uomo pecca contro la Terra e la Terra, a sua volta, risponde.
Si premette che il riconoscere il problema di questo linguaggio non significa negare che l’attività umana possa danneggiare gli ecosistemi, che una cattiva gestione del territorio possa accrescere la vulnerabilità alle catastrofi o che il cristiano abbia responsabilità nei confronti del mondo naturale. 

Se esiste un giudizio, il giudice è Dio, non la Terra
La teologia cattolica non esclude la possibilità del castigo divino e la Scrittura contiene episodi nei quali le forze della natura diventano strumenti attraverso i quali il giudizio di Dio entra nella storia, dal Diluvio alle piaghe d’Egitto. Tuttavia, dopo l’Incarnazione, la Crocifissione e la Risurrezione, il giudizio deve essere contemplato alla luce della misericordia, della redenzione e della chiamata alla conversione portate da Cristo. Cristo stesso ci mette in guardia dalla tentazione di identificare automaticamente una disgrazia con una punizione per il peccato delle vittime.
Un cattolico dovrebbe quindi essere molto prudente prima di dichiarare che una determinata alluvione o un terremoto rappresentino una punizione divina per uno specifico comportamento umano. Rimane tuttavia una distinzione essenziale: qualora esista un castigo in senso cristiano, il soggetto che giudica è Dio, non la Terra. La natura rimane parte del Creato e non diventa un’entità autonoma dotata di intenzioni morali. 

L’ecologia cristiana parte dal Creatore, non dall’ambiente
Occorre inoltre distinguere tra ambiente e Creato. L’ambiente può essere studiato scientificamente attraverso dati relativi a temperature, precipitazioni, biodiversità, qualità dell’aria o deforestazione,  parlare di Creato significa però introdurre una relazione tra ciò che esiste e Colui dal quale l’esistenza viene ricevuta.
Il concetto cristiano di Creato contiene quindi le idee di dono, dipendenza e significato, perché né il mondo né l’uomo sono causa di se stessi. Da questa consapevolezza nasce il corretto rapporto con la natura: il cristiano non se ne prende cura perché la Terra sia divenuta l’oggetto ultimo della responsabilità morale, ma perché essa appartiene a un ordine ricevuto, nel quale anche l’uomo è creatura.
Se qualcuno volesse quindi leggere le inquietudini del nostro tempo come un richiamo alla conversione, sarebbe quantomeno sorprendente concludere che il principale motivo dell’eventuale ira divina consista nella nostra insufficiente attenzione al riciclo. Viviamo in una civiltà segnata dalla guerra, dall’aborto, dall’eutanasia, dalla mercificazione della maternità, dalla pornografia industrializzata, dal genderismo, dalla mentalità woke e dalla crescente convinzione che i limiti del corpo umano rappresentino semplicemente ostacoli da superare. Il problema più profondo sembra quindi essere il rifiuto della creaturalità stessa, cioè la difficoltà dell’uomo contemporaneo ad accettare di essere una creatura dotata di una natura e di limiti che non ha scelto. 

Custodire il Creato non significa lasciare la natura intatta
Questa prospettiva permette inoltre di correggere un altro equivoco diffuso, secondo il quale custodire il Creato significherebbe essenzialmente ridurre l’attività umana: produrre meno, consumare meno, viaggiare meno, costruire meno e trasformare meno. La visione biblica è più ricca, perché all’uomo non viene affidato soltanto un giardino da preservare, ma un mondo da coltivare, e coltivare implica necessariamente lavoro, conoscenza, creatività e trasformazione.
La storia del progresso umano lo dimostra chiaramente. L’aspettativa di vita non è aumentata perché abbiamo lasciato la natura intatta, ma perché abbiamo imparato a irrigare i campi, costruire abitazioni più sicure, produrre medicinali, conservare gli alimenti,  generare energia, prevedere le tempeste e difenderci dal caldo, dal freddo e dalle malattie. 

Per proteggere l’ambiente servono libertà, impresa e innovazione
È qui che il discorso economico diventa particolarmente importante. Se il cambiamento climatico, il degrado ambientale e l’esposizione ai rischi naturali costituiscono problemi reali, la questione decisiva non riguarda soltanto quali attività proibire, quali obiettivi imporre o quali sistemi regolatori costruire, ma soprattutto quali istituzioni permettano agli esseri umani di scoprire modi migliori per produrre, consumare, costruire, adattarsi e proteggersi.
La storia economica suggerisce che questo processo di scoperta passa in larga misura attraverso imprenditorialità, concorrenza, sperimentazione e innovazione. Non possiamo sapere anticipatamente quale tecnologia produrrà energia più pulita a costi inferiori, quale materiale sostituirà un prodotto inquinante senza creare problemi maggiori, quale tecnica agricola ridurrà il consumo d’acqua o quale metodo costruttivo renderà gli edifici più resistenti ad alluvioni e fenomeni meteorologici estremi.
Queste conoscenze non possono essere semplicemente elaborate a tavolino da un ministero, da un’autorità regolatoria o da un’organizzazione internazionale, perché molte delle informazioni economicamente rilevanti emergono soltanto nel momento in cui individui e imprese tentano concretamente di risolvere problemi specifici. L’imprenditore individua una necessità, combina risorse in modo nuovo, rischia capitale, sperimenta una soluzione e la sottopone al giudizio del mercato.
La tutela dei diritti di proprietà favorisce investimenti di lungo periodo e rende più probabile che chi utilizza una risorsa abbia interesse a preservarne il valore; la proprietà intellettuale può sostenere investimenti costosi in ricerca e sviluppo; il commercio internazionale consente a tecnologie, conoscenze, macchinari e competenze di circolare attraverso i confini; la concorrenza costringe le soluzioni esistenti a confrontarsi con alternative migliori, mentre la libertà di ingresso nei mercati permette a nuovi imprenditori di mettere in discussione tecnologie e modelli consolidati. 

Una società povera è anche più vulnerabile alle catastrofi
Da questa prospettiva, crescita economica e responsabilità ambientale non devono essere pensate necessariamente come obiettivi contrapposti. Una società più ricca dispone di maggiori risorse per costruire infrastrutture resilienti, ospedali efficienti, sistemi di allerta precoce, argini, reti idriche, edifici resistenti, tecnologie energetiche avanzate e strumenti assicurativi capaci di assorbire le conseguenze economiche delle catastrofi.
L’impoverimento deliberato di una società, anche quando motivato dall’intenzione di ridurne l’impatto ambientale, rischia quindi di renderla più vulnerabile proprio agli eventi naturali dai quali vorremmo proteggerla. La resilienza, in altre parole, non nasce dall’immobilità, ma dalla capacità di adattamento.

In questo senso l’imprenditorialità può essere considerata, una forma di cura del Creato, perché l’intelligenza, la creatività e la capacità umana di trasformare possibilità ancora inesplorate in realtà concrete appartengono anch’esse all’ordine creato. 

La missione della Chiesa non è fare politica ambientale
Nulla di tutto questo significa che la Chiesa debba essere indifferente ai problemi ambientali; significa piuttosto che dovrebbe ricordare quale sia il suo contributo specifico.
La Chiesa possiede qualcosa di diverso da offrire: ricordare all’uomo che non è un accidente in un universo privo di significato, che il Creato è dono, che la libertà non può essere separata dalla verità, che la dignità umana non dipende dal riconoscimento dello Stato o dal desiderio individuale e che, al centro della storia, vi è Cristo crocifisso e risorto.
Quando l’uomo riconosce Dio come Creatore, riconosce anche se stesso come creatura e può guardare alla natura senza considerarla né una miniera infinita da saccheggiare né una divinità alla quale sottomettersi. Il Creato torna allora a essere dono, ma un dono da custodire anche attraverso il lavoro, la conoscenza, la libertà, l’impresa e l’innovazione.

La domanda cristiana più profonda non è che cosa la Terra stia cercando di dirci, bensì che cosa il Creato ci riveli del suo Creatore e che cosa il nostro modo di vivere al suo interno riveli di ciò che siamo diventati.

Carmelo Ferlito – Center for Market Education CEO

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