La lezione antropologica del beato Fulton Sheen per leggere la crisi economica e sociale dell’Europa

Mentre scriviamo, tra St. Louis e Peoria si susseguono le celebrazioni per la beatificazione di Fulton John Sheen. Il 24 settembre, decine di migliaia di persone hanno assistito alla Messa celebrata al Dome at America’s Center, mentre nella sua terra si prosegue con Messe di ringraziamento, incontri e momenti di preghiera. È singolare che torni alla ribalta proprio adesso un uomo che aveva compreso con largo anticipo una questione che l’Europa continua a trattare quasi esclusivamente come economica, politica o sociale: la crisi dell’Occidente è anzitutto una crisi dell’uomo.

Sheen l’aveva condensata in una frase:«Nulla accade mai nel mondo che non sia accaduto prima nel cuore degli uomini».

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Il beato Sheen capovolge una visione oggi piuttosto diffusa: cercare le origini delle nostre difficoltà nei sistemi. Se l’economia non cresce, bisogna cambiare le regole. Se nascono pochi figli, occorrono incentivi. Se aumenta la povertà, serve un reddito di cittadinanza. Se l’impresa perde competitività, bisogna finanziare la transizione. Se aumenta l’insicurezza, bisogna aumentare i controlli.

Sheen avrebbe probabilmente cominciato un passo prima: che cosa è accaduto all’uomo che abita questi sistemi?

Una domanda chiave, perché il Cristianesimo non propone di suo una aliquota fiscale, una politica monetaria o un indice di Borsa. Possiede però un’antropologia. E quando rinuncia a proporla, finisce inevitabilmente per prendere in prestito quella dominante, limitandosi ad aggiungervi un vocabolario religioso.

È forse questo uno dei problemi della Dottrina sociale cattolica degli ultimi decenni. Termini come sostenibilità, inclusione, disuguaglianza, ambiente, redistribuzione sono entrati legittimamente nel discorso ecclesiale. Ma possono essere pronunciati nello stesso identico modo da una commissione europea, da una banca d’investimento o da un organismo delle Nazioni Unite. Se scompaiono peccato, virtù, responsabilità, proprietà, sacrificio, famiglia, libertà e destinazione eterna dell’uomo, resta un umanesimo rispettabile, ma non necessariamente cristiano.

Sheen obbliga invece a risalire alla sorgente. Tanto per fare qualche esempio, l’eccesso della finanziarizzazione dell’economia non comincia nella sala operativa di una banca, ma molto prima: quando il denaro smette di essere uno strumento e diventa prima la misura delle cose, poi persino delle persone. Il consumismo non nasce tanto dalla pubblicità, ma prevalentemente da desideri che non sappiamo più mettere in ordine, distinguendo ciò che conta da ciò che semplicemente vogliamo. Anche l’assistenzialismo non nasce dal sussidio in sé, ma quando alla responsabilità personale preferiamo sistematicamente la sicurezza garantita da qualcun altro. E il monopolio, prima ancora che da una fusione societaria, nasce dalla tentazione, antica quanto l’uomo, di possedere sempre di più e senza limite.

Persino la crisi demografica europea acquista una luce diversa. Possiamo discutere di asili gratuiti, assegni familiari e detrazioni. Sono questioni concrete e spesso necessarie. Ma nessun incentivo fiscale può convincere una civiltà ad avere figli se essa ha smesso di considerare il futuro un bene per il quale valga la pena sacrificare una parte del presente.

È questo il punto nel quale l’antropologia diventa economia. L’uomo di Sheen non è né l’individuo solitario del mercato né il beneficiario permanente dello Stato. È una persona libera proprio perché responsabile. Lavora, possiede, rischia, costruisce, genera, eredita e trasmette. Ha doveri verso la famiglia e la comunità, ma possiede anche uno spazio che il potere politico non può assorbire. Per questo il pensiero sociale cattolico autentico diffida tanto dello Stato onnipotente quanto del capitale onnipotente. Difende la proprietà privata, ma le assegna una funzione sociale. Difende l’impresa, ma non considera il profitto l’ultima parola sull’impresa. Difende il lavoratore senza trasformarlo in un assistito. Difende il povero senza fare della povertà una categoria politica permanente.

Da qui potrebbe – e finalmente dovrebbe – ricominciare una riflessione cattolica sull’economia europea. Non chiedendoci soltanto quanta ricchezza redistribuire, ma quante persone rendere proprietarie. O ancora, non quale salario garantire, ma come permettere al lavoro di partecipare alla ricchezza che produce. Non come proteggere le famiglie, ma come restituire loro autonomia economica. Come regolare l’impresa, ma quale idea dell’imprenditore vogliamo formare.

La beatificazione di Fulton Sheen arriva dunque in un momento curioso. Celebriamo uno dei più grandi comunicatori cattolici del Novecento proprio mentre disponiamo dei mezzi di comunicazione più potenti mai esistiti e sembriamo avere sempre meno da comunicare sull’uomo. Forse vale la pena ripartire dalla sua frase. Perché prima del debito pubblico c’è un’idea della responsabilità. Prima della denatalità c’è un’idea del futuro. Prima della crisi del lavoro c’è un’idea del lavoro. Prima della finanza c’è un’idea della ricchezza. E prima di ogni sistema economico c’è sempre un uomo. La questione allora è capire quale uomo vogliano costruire.

Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology

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