IOR, utili record sotto Leone XIV. Ma il deficit strutturale del Vaticano sfiora i 90 milioni
Lunedì mattina lo IOR – l’Istituto per le Opere di Religione, la cosiddetta “banca del Vaticano” – ha pubblicato il suo bilancio 2025. Cinquantuno milioni di euro di utile netto. Crescita del 55% rispetto all’anno scorso. Dividendo al Papa di 24,3 milioni. Record degli ultimi dieci anni. Una notizia finanziaria, certo. Ma anche una radiografia di come è cambiata la gestione della Santa Sede nell’ultimo anno. E per capirlo davvero, bisogna partire da una semplice domanda: perché la “banca del Papa” guadagnava di più nel 2012 (pontificato di Benedetto XVI) che nel 2023 (pontificato di Francesco)?
I. Prima di tutto: che cos’è lo IOR
Molti la chiamano “banca vaticana” ma lo IOR non è una banca nel senso in cui lo intendiamo noi. Non raccoglie depositi dal pubblico, non concede mutui, non ha sportelli in giro per il mondo. È meglio immaginarlo come un grande fondo di gestione patrimoniale riservato: serve soltanto enti ecclesiastici, congregazioni religiose, diocesi, fondazioni cattoliche e dipendenti della Santa Sede. Gestisce circa 5,9 miliardi di euro tra depositi, conti correnti e patrimoni in gestione. Ha poco più di cento dipendenti. Ha sede fisica dentro le mura vaticane. Il suo unico “azionista” è il Papa, che ne riceve ogni anno il dividendo – la quota di utili – da destinare a opere religiose e caritative. Il suo obiettivo, sancito dallo statuto, è “fornire custodia e amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati all’Istituto da persone fisiche o giuridiche e destinati ad opere di religione o carità”. Traduzione pratica: prendere il denaro della Chiesa, investirlo bene e restituire il frutto alla missione.
In sintesi: lo IOR è il gestore patrimoniale della Chiesa cattolica mondiale. Il suo successo o fallimento si misura in quanto bene sa far fruttare i soldi che le congregazioni, le diocesi e i dicasteri gli affidano.
II. I numeri del 2025: cosa dicono davvero
Partiamo dai dati appena pubblicati – il bilancio approvato al 31 dicembre 2025 – e cerchiamo di renderli eloquenti per i non addetti ai lavori.
Utile netto: 51 milioni di euro (+55,5% rispetto al 2024). L’utile netto è ciò che resta dopo aver pagato tutti i costi operativi, le tasse e gli accantonamenti. Cinquantuno milioni su una raccolta di 5,9 miliardi significa un rendimento dell’utile su attivi gestiti di circa lo 0,86%. Di certo non sono rendimenti da finanza speculativa (da hedge fund, per intenderci), ma per una banca con una gestione molto prudente, forti limiti etici e un approccio orientato alla stabilità più che al profitto rapido, è un risultato decisamente solido.
Dividendo al Papa: 24,3 milioni (+76,1%). La Commissione Cardinalizia ha deliberato di distribuire al Santo Padre quasi la metà dell’utile come dividendo. Nel 2024 erano stati 13,8 milioni. L’aumento di 10,5 milioni in un anno è significativo: significa che lo IOR può sostenere in modo molto più robusto le opere caritative e missionarie che il Papa finanzia direttamente.
Patrimonio netto: 815 milioni di euro (+83 milioni). Il patrimonio netto è la solidità di fondo dell’istituto: ciò che resterebbe se si chiudesse tutto e si pagassero tutti i debiti. Crescere di 83 milioni in un anno significa che lo IOR non solo guadagna, ma accumula riserve. È come una famiglia che non solo non va in rosso, ma riesce anche a mettere qualcosa da parte.
Tier 1 ratio: 71,9%. Questo è l’indicatore di solidità patrimoniale usato in ambito bancario internazionale. Per capirne la portata: le banche europee sono considerate ben capitalizzate sopra il 15%. Lo IOR è a 71,9%. Ovvero: è uno degli istituti finanziari più solidi in assoluto nel panorama europeo, in termini di rapporto tra capitale proprio e rischi assunti. Non è una banca – ça va sans dire – che può fallire. È una banca che costituisce un asset di Stato.
Congregazioni religiose clienti: in crescita per diktat. Nel 2025 è aumentato sia il numero di congregazioni che si affidano allo IOR, sia quelle che hanno sottoscritto linee di gestione patrimoniale. Fenomeno che va letto alla luce della scelta compiuta da Papa Francesco, che con il rescritto del 23 agosto 2022 impose agli enti vaticani e collegati di concentrare la liquidità presso lo IOR, riducendo l’utilizzo di banche esterne.
III. Perché guadagnava di più nel 2012? La storia che manca nei comunicati
Nel 2012 lo IOR aveva chiuso con 86,6 milioni di utile. Il doppio di oggi. In quegli anni alla guida dell’istituto c’era Ettore Gotti Tedeschi, economista di formazione tomista, studioso della dottrina sociale, collaboratore intellettuale di Joseph Ratzinger. Aveva una visione chiara: lo IOR doveva essere competente, trasparente, redditizio. Tuttavia, nel maggio 2012 fu rimosso con una votazione del consiglio di sovrintendenza. Le accuse erano vaghe – “mancanza nell’adempimento delle funzioni primarie” – e l’inchiesta penale italiana che ne seguì fu poi archiviata senza condanne. Nessuna colpa, ma “solo” un’azione politica per metterlo fuori gioco. Un’azione che nei dodici anni successivi ha reso allo IOR mediamente meno della metà. E questo non perché i mercati fossero difficili. Il decennio 2012-2022 è stato uno dei più favorevoli della storia per chi investiva in azioni e obbligazioni: le banche centrali hanno mantenuto tassi bassissimi; i bond continuavano a beneficiare del calo dei rendimenti; le azioni crescevano grazie alla liquidità abbondante; l’inflazione restava bassa. Lo IOR ha reso meno perché la strategia era cambiata: si era scelto di privilegiare la riduzione del rischio, la prudenza massima, il profilo basso. Rallentando di fatto quel processo di riforma e trasparenza chiesto a suo tempo da Papa Benedetto a Gotti Tedeschi.
Ridurre il rischio va benissimo. Ma c’è un costo. Quel costo si chiama rendimento mancato. E il rendimento mancato dello IOR tra il 2012 e il 2022 si può stimare, in modo conservativo, in qualche centinaio di milioni di euro che non sono stati disponibili per la missione della Chiesa.
IV. Il Rescriptum di Bergoglio: una buona intenzione con effetti collaterali
Nel 2022 Papa Francesco firmò un Rescriptum ex Audientia che centralizzava tutta la gestione finanziaria della Santa Sede in capo allo IOR. Tutte le entità della Curia, tutti i dicasteri, la stessa APSA – il “tesoro” della Santa Sede che gestisce il patrimonio immobiliare e mobiliare – erano obbligati a trasferire i loro fondi allo IOR per la gestione. La motivazione era comprensibile e in parte legittima. Gli anni precedenti erano stati segnati da scandali clamorosi: l’affare del palazzo di Londra acquistato con fondi della Segreteria di Stato con perdite enormi, derivati opachi, investimenti senza controllo. Centralizzare serviva a fare ordine, a imporre trasparenza, a mettere un solo soggetto responsabile sotto la supervisione del Papa. Una riforma che sul piano teorico doveva funzionare così: tutto passa dallo IOR, lo IOR è controllato, il Papa è informato. Fine degli investimenti selvaggi. Ma che sul piano pratico, oltre a generare un effetto collo di bottiglia, crea diversi problemi con l’APSA, che aveva sempre rivendicato autonomia gestionale propria. Nasce così una tensione istituzionale sotterranea, un braccio di ferro silenzioso tra i due principali enti economici della Santa Sede. L’energia spesa in questa guerriglia interna è energia sottratta alla gestione efficiente del patrimonio. Accadde così quello che in economia si chiama problema del monopolio interno: quando togli la concorrenza anche tra enti dello stesso organismo, togli l’incentivo a fare meglio. Il risultato non è quasi mai l’eccellenza.
V. Coniuncta Cura: Leone XIV corregge il tiro
Il 29 settembre 2025, festa di San Michele Arcangelo, Papa Leone XIV firma il suo primo atto legislativo. Un Motu Proprio sulle finanze vaticane, intitolato Coniuncta Cura, “Responsabilità condivisa”. Il documento, di soli tre articoli, abroga il Rescriptum bergogliano del 2022 e restituisce all’APSA autonomia nelle scelte di investimento, permettendo anche di rivolgersi a intermediari finanziari esterni quando ritenuto più efficiente o conveniente. Lo IOR rimane l’istituto di riferimento, ma non ha più il monopolio. Cosa ha fatto Leone XIV in termini economici? Ha reintrodotto la competizione interna tra istituzioni. Ha detto: ci sono due gestori, IOR e APSA. Che si sfidino. Che si confrontino. Che cerchino ciascuno i migliori risultati. Se nessuno dei due è il migliore per un certo investimento, si possono usare operatori esterni. Qui emerge anche la formazione statunitense di Papa Prevost.
In termini di teoria economica: Leone XIV ha sostituito un monopolio interno con un oligopolio contestabile. È un cambiamento tecnico apparentemente piccolo. Dagli effetti pratici, nel medio periodo, molto significativi.
Non è un caso che il primo atto legislativo di un pontificato riguardi le finanze. Leone XIV – che ha gestito direttamente il patrimonio dell’Ordine Agostiniano come superiore generale – sa cosa significhi rendere conto di un bilancio. Sa che il denaro della Chiesa non ha meno diritto a una buona gestione del denaro di qualunque altro soggetto. Sa che la trasparenza e la redditività non sono nemiche, ma alleate. Che forma e sostanza sono inseparabili: perché senza forma la credibilità si dissolve, ma senza sostanza anche la migliore architettura amministrativa diventa semplice facciata.
VI. Il nuovo presidente: il segnale Pauly
Jean-Baptiste de Franssu, il francese che aveva guidato lo IOR per oltre un decennio, lascia con l’approvazione del bilancio 2025. Anche lui ha avuto vita difficile in Vaticano, tanto che “nella Curia circolava un documento di 30 pagine contro di me”. Al suo posto arriva François Pauly, lussemburghese, presidente de La Luxembourgeoise Group, membro della Commissione per gli Affari economici dell’arcidiocesi di Lussemburgo. Ha competenza finanziaria internazionale di alto livello, radicamento nella vita ordinaria della diocesi, nessuna vocazione alla visibilità mediatica. La Chiesa è governata meglio quando chi amministra il denaro conosce il denaro, lo rispetta come strumento del bene comune e non lo usa per altro. La storia dello IOR – dagli scandali degli anni ’70 e ’80, al Banco Ambrosiano, ai derivati della Segreteria di Stato – è anche la storia di cosa succede quando questa distinzione viene meno.
VII. La finanza cattolica possibile: gli indici Morningstar
A febbraio 2026 lo IOR ha lanciato, in collaborazione con Morningstar, due nuovi indici azionari costruiti secondo i principi della Dottrina Sociale della Chiesa: uno per il mercato europeo, uno per quello americano. Cosa sono questi indici? Sono panieri di azioni selezionate secondo criteri etici cattolici: escluse le aziende che producono armamenti, che praticano o finanziano l’aborto, che gestiscono gioco d’azzardo. Incluse aziende che rispettano la dignità del lavoro, che hanno buone pratiche di governance, che non distruggono ambiente e comunità. Il punto decisivo: questi indici rendono. Il rendimento storico annualizzato dell’indice USA è del 16,2%; quello europeo del 7,7%. Non sono rendimenti da speculazione: sono rendimenti da buona gestione di lungo periodo. Questo smonta un pregiudizio diffuso anche in certi ambienti cattolici: che la finanza eticamente orientata sia necessariamente penalizzante in termini di rendimento. Non è così. Un portafoglio costruito sui criteri della DSC, se ben costruito, non rende meno di uno generico: tende anzi a escludere le aziende ad alto rischio reputazionale e regolatorio, che nel lungo periodo tendono a sottoperformare. La vera sfida è morale, riguarda la Chiesa e il modo in cui utilizza gli strumenti che mette in opera.
Michael Novak intuì prima di molti altri che la sfida non era scegliere tra mercato e Dottrina Sociale della Chiesa, ma costruire un’economia libera capace di restare moralmente ordinata.
VIII. La nota dolente: il deficit strutturale della Santa Sede
Fin qui le buone notizie. Ma sarebbe intellettualmente disonesto non dire anche il resto. Per anni il Vaticano ha inseguito la trasparenza soprattutto come risposta agli scandali. Ma la vera sfida non è mai stata soltanto normativa: è culturale. Lo ha raccontato con crudezza anche chi ha lavorato vicino alle strutture finanziarie della Santa Sede, descrivendo un ambiente spesso segnato da lentezze decisionali, sovrapposizioni di competenze e una sorprendente fragilità manageriale. Non tanto corruzione sistemica, quanto assenza di metodo, professionalità spesso insufficiente e difficoltà a trasformare le riforme in prassi quotidiana. Tutto questo ha presentato un conto: la Santa Sede – non lo IOR, ma l’insieme dell’amministrazione vaticana – ha un deficit strutturale stimato tra 50 e 90 milioni di euro l’anno. Le entrate dipendono da donazioni dei fedeli (l’Obolo di San Pietro, in calo), dal patrimonio immobiliare (gestito con criteri spesso non di mercato), e dagli utili degli enti finanziari. Le spese sono rigide: cinquemila dipendenti tra Santa Sede e Stato della Città del Vaticano, decine di nunziature, ospedali, università. Il dividendo IOR di 24,3 milioni è un contributo importante. Ma non colma da solo un buco di 50-90 milioni. La vera sfida finanziaria del pontificato Leone XIV è un’altra: come aumentare le entrate strutturali della Santa Sede in modo sostenibile, senza dipendere interamente dalla generosità dei fedeli e senza svendere il patrimonio artistico e immobiliare. Questa è la partita vera. Il bilancio IOR ne è solo un pezzo: importante, ma parziale.
IX. Cosa ci dice tutto questo
Primo. Lo IOR guadagna più del doppio di cinque anni fa. Non per caso o per eventi esterni: ma perché è cambiata la governance, è cambiata la strategia, è cambiato il contesto istituzionale. I numeri sono la conseguenza di scelte.
Secondo. Leone XIV ha scelto, come primo atto legislativo, di riformare la struttura finanziaria della Santa Sede. Non lo ha fatto con proclami, come avrebbe fatto il suo predecessore. Lo ha fatto con un documento tecnico di tre articoli. Chi sa leggere i bilanci capisce che è una delle decisioni più importanti dei primi mesi del pontificato.
Terzo. La finanza cattolica, quando è gestita con competenza e in coerenza con la DSC, non è perdente. È un modello possibile e praticabile. Intuizione introdotta a suo tempo da Gotti Tedeschi e recentemente confermata dalla dimostrazione empirica degli indici Morningstar-IOR.
Quarto. Il deficit strutturale della Santa Sede non è stato risolto. Il buon bilancio IOR non deve diventare un alibi per non affrontare la questione più grande: la sostenibilità economica di lungo periodo della Chiesa universale.
Quinto. C’è una domanda a cui gli storici economici della Chiesa prima o poi dovranno rispondere: quanto è costata la rimozione di Gotti Tedeschi nel 2012? Quanto ha perso lo IOR – e quindi la missione della Chiesa – nei dodici anni di gestione eccessivamente prudente che ne sono seguiti?
Nell’ordo amoris che il capitale ignora, il denaro non è né buono né cattivo. È uno strumento. E come tutti gli strumenti, rende bene quando chi lo usa sa quello che fa ed ha competenza. E non è cattivo se ordinato alla prudenza e a un fine buono. Lo IOR nel 2025, per la prima volta da molti anni, sembra essere nella condizione di soddisfare tutte e tre le condizioni. È una buona notizia. Va detta. Ciò non significa però che la crisi economica vaticana possa dirsi risolta. I risultati dello IOR convivono ancora con un deficit strutturale della Santa Sede stimato tra i 50 e i 90 milioni di euro annui, con un sistema pensionistico sotto pressione e con una macchina amministrativa che resta in parte appesantita da inefficienze, sovrapposizioni e costi difficilmente sostenibili nel lungo periodo. Per questo il bilancio 2025 va letto non come punto d’arrivo, ma come possibile inizio di una nuova fase.
Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology