10 anni dal voto sulla Brexit: uscire dall’Unione Europea non basta

Il 23 giugno ricorreranno dieci anni dal referendum con cui il popolo del Regno Unito decise di uscire dall’Unione Europea. All’epoca, gran parte della stampa mainstream annunciò scenari apocalittici – crolli di borsa, svalutazione della sterlina, recessione prolungata – secondo il consueto copione degli oracoli scientisti eredi del positivismo. Previsioni rivelatesi in larga parte infondate, o sostenute da nessi causali fragili. Allo stesso modo, non si è realizzato nemmeno il “sol dell’avvenir” vagheggiato con entusiasmo da parte del mondo dissidente. La Brexit non ha prodotto né l’apocalisse né la redenzione.

Dieci anni dopo, vale quindi la pena chiedersi che cosa essa abbia realmente comportato per il Regno Unito attraverso un confronto con lo stato di salute dell’Europa in generale. Per farlo, conviene partire dai dati, allargando poi lo sguardo fino alle radici culturali e antropologiche del problema, anche alla luce delle sempre attuali considerazioni del filosofo neotomista Marcel de Corte.

In questo quadro, merita anzitutto attenzione l’analisi recentemente divulgata in Italia da Mario Seminerio, basata su uno studio della Resolution Foundation, relativo alle condizioni delle 13 milioni di famiglie britanniche in età lavorativa collocate nella metà inferiore della distribuzione dei redditi. Ne richiamiamo solo tre elementi:

  • Nei quarant’anni fino al 2004-05, i redditi disponibili mediani di questo gruppo erano raddoppiati, con una crescita annualizzata dell’1,8 per cento e picchi del 4 per cento nell’ultimo decennio di quel periodo. Dal 2004-05 al 2023-24, invece, la crescita è crollata allo 0,5 per cento annuo. A questo ritmo, un ulteriore raddoppio richiederebbe oltre 130 anni. […] i guadagni lordi medi annui per persona in queste famiglie — oggi 18.000 sterline — sono aumentati di 7.700 sterline dal 1995, ma quasi tre quarti di quell’incremento sono avvenuti prima del 2005. […] nel 1995 il 38 per cento delle famiglie non pensionate in povertà aveva almeno un componente occupato; oggi la quota è salita al 55 per cento. Il lavoro, da solo, non basta più a uscire dalla povertà“.

  • L’incidenza della disabilità tra le famiglie a basso reddito è passata dal 19 al 30 per cento tra il 1995-96 e il 2023-24. Solo il 17 per cento dell’aumento è spiegato dall’invecchiamento della popolazione; il resto deriva principalmente da problemi di salute mentale, soprattutto tra i giovani”,

  • Tra il 1994-95 e il 2010-11, il reddito medio da trasferimenti pubblici per le famiglie a basso reddito era cresciuto di 1.900 sterline l’anno in termini reali. Dal 2010-11 al 2023-24, è sceso di 1.600 sterline. […] un milione di persone in famiglie a basso reddito fornisce assistenza informale per almeno 35 ore settimanali — l’equivalente di un lavoro a tempo pieno, non retribuito”.

Anche sul piano antropologico e culturale, la parabola britannica conferma che l’uscita dall’Unione Europea non ha inciso sul paradigma profondo della liberal-democrazia progressista. Emblematica, in tal senso, è l’introduzione di linee guida governative che ammettono la possibilità di attribuire un genere diverso ai bambini a partire dal quarto anno di età.

La Brexit ha dunque dimostrato che è possibile uscire dall’Unione Europea senza collassare, ma anche che l’uscita diventa un non-cambiamento se si resta all’interno della medesima (il)logica politica e antropologica. Europa sì o Europa no, sembra prevalere nel Vecchio Continente lo stesso spirito del tempo (passatemi l’espressione hegeliana) figlio dell’Illuminismo, della Rivoluzione Francese e del Positivismo. Una convergenza nella divisione che culmina in maniera ironica e grottesca nell’aver avuto prima Enrico Letta alla Grande école d’études politiques di Parigi e poi Luigi di Maio al King’s College di Londra. Cioè, culmina nell’inconsistenza fatta a scuola. Con o senza UE, la questione è se questo modello non sia ormai giunto al capolinea.

Riguardo a questo deragliamento culturale, demografico, economico e geopolitico, tornano alla mente le parole del filosofo neo-tomista Marcel de Corte (1905-1994), che già negli anni Sessanta scriveva: “l’ineluttabile fallimento del sistema democratico moderno è stato a lungo mascherato dalle riserve sociali accumulate nei comportamenti tradizionali”.
Fenomeni come l’invecchiamento della popolazione, l’aumento dei disagi psichici e il collasso dello Stato sociale appaiono infatti strettamente legati all’annientamento della famiglia. Analogamente, l’appesantimento burocratico (figlio della modernità, vedi qui), insieme alle politiche DEI ed ESG, si accompagna a una perdita strutturale di produttività. L’Unione Europea, per come oggi si configura, svolge un ruolo di conservazione e rafforzamento di questo processo; ma anche al di là dell’UE e delle diverse coalizioni politiche, il cardine della questione resta metafisico e antropologico.

Il rifiuto di Cristo, l’esaurimento del senso del reale, il disconoscimento della virtù e della legge naturale, il conseguente smantellamento della famiglia: sono questi i processi che iniziano a mostrarci i loro frutti putrescenti sul piano culturale, demografico ed economico? O si tratta ancora di difficoltà contingenti, legate alla competizione dei paesi emergenti? Se il conto sia ormai definitivamente arrivato, non potrà dircelo che il tempo. Per ora, la disfatta della civiltà laicista segue una traiettoria che sembra essere molto lineare e didattica: la realtà stessa pare incaricarsi di una pedagogia spietata, più limpida di quella di migliori miti, alla Bellerofonte. Infine, la domanda decisiva: la Chiesa sarà pronta a colmare questo vuoto? Come e quando eviterà di lasciarsi trascinare nel gorgo, nell’abbraccio fatale con la realtà geografica, storica e contingente che la circonda?

Di seguito, per aiutarci nella disanima, alcuni ulteriori stralci di de Corte, tratti dall’attualissimo, “L’intelligenza in pericolo di morte” (1969).

 

Gabriele

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