Corpus Domini e management. Perché le aziende più innovative funzionano come il Corpo Mistico

In occasione della recente solennità del Corpus Domini, desidero richiamare l’attenzione dei nostri lettori su un abstract di ricerca sul capitale umano che conferma, a distanza di quasi duemila anni, un’intuizione già formulata da San Paolo. Si tratta di una ricerca che mi ha accompagnato da tempo e che ha costituito il nucleo della mia tesi di dottorato presso l’Università della Svizzera italiana. A prima vista potrebbe sembrare un argomento riservato agli specialisti di management, organizzazione aziendale e gestione del capitale umano. In realtà, dietro formule statistiche, modelli organizzativi e casi d’impresa si nasconde una domanda sorprendentemente semplice: perché alcune comunità umane riescono a durare, innovare e generare valore nel tempo, mentre altre si disgregano?

 

* * *

 

La tesi, pubblicata nel 2023 con il titolo Valore, motore dell’innovazione: strumenti per riconoscere una Corporate University e gestire il talento, nasceva con un obiettivo molto concreto: comprendere quali fattori rendano efficace una Corporate University – una scuola di alta formazione aziendale – e come questa possa contribuire al vantaggio competitivo di un’impresa. Attraverso l’analisi di casi reali – osservazione, interviste e incrocio dei dati – emerse tuttavia una conclusione inattesa. Per comprendere veramente un’organizzazione non bastava osservarla come una struttura, una gerarchia o un insieme di processi. Occorreva considerarla come un corpo vivente, composto da membra differenti ma unite da un’identità comune, da valori condivisi e da una finalità che trascende i singoli individui. Così, anche sul piano del metodo, nella ricerca scientifica il corpus sta ad indicare una raccolta organizzata di dati reali, sufficientemente ampia e rappresentativa da consentire analisi empiriche e verificabili mediante strumenti statistici e modelli matematici. Fu allora che mi resi conto di trovarmi davanti a qualcosa di familiare che apparteneva alla mia formazione teologica. Pur essendo stata elaborata in un contesto accademico laico, con strumenti scientifici e criteri empirici, quella conclusione richiamava sorprendentemente il modello del Corpo Mistico descritto da San Paolo nelle sue lettere. Non una teologia applicata al management, ma un management science che, seguendo le proprie evidenze empiriche, sembrava approdare a un’intuizione formulata quasi duemila anni fa.

 

I. Il modello paolino come teoria organizzativa

Nella Prima Lettera ai Corinzi, Paolo descrive la comunità cristiana mediante la metafora del corpo: «Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo» (1 Cor 12,12). La stessa immagine ricorre nella Lettera agli Efesini e nella Lettera ai Romani, dove il corpo non è mai una somma di parti ma una totalità ordinata, nella quale ciascun membro esercita una funzione propria, insostituibile e orientata al bene dell’insieme. La perdita o la disfunzione di un singolo membro indebolisce il corpo nella sua interezza. L’unità non elimina la differenziazione: la presuppone, la organizza e la valorizza.

Qui Paolo sta formulando una teoria della comunità che ha precise ricadute sul modello organizzativo della Chiesa nascente: esiste un principio unificante che coordina funzioni distinte verso un fine comune; ogni membro possiede una competenza specifica che non è riducibile a quella di altri; la gerarchia non è piramidale tout court ma funzionale e organica; la coesione dipende dalla qualità delle relazioni interne, non dalla rigidità dei meccanismi di controllo. È una teoria dell’organizzazione, formulata duemila anni prima che la disciplina esistesse come tale.

La letteratura moderna ha progressivamente riscoperto queste intuizioni per vie empiriche e indipendenti. Peter Senge, nel suo The Fifth Discipline (Peter Senge, “The Fifth Discipline: The Art and Practice of the Learning Organization”, Doubleday, New York, 1990. Materiali e aggiornamenti: https://www.solonline.org), costruirà il concetto di Learning Organization sulla capacità di un’organizzazione di pensarsi come sistema vivente e non come meccanismo. Gary Hamel svilupperà il concetto di organizzazione biologica, capace di evoluzione endogena (Gary Hamel, “The Future of Management”, Harvard Business Review Press, Boston, 2007. Contributi recenti disponibili su: https://www.garyhamel.com). Henry Mintzberg parlerà di comunità professionale come alternativa al modello burocratico-gerarchico (Henry Mintzberg, “Managing”, Berrett-Koehler Publishers, San Francisco, 2009. Pagina accademica e pubblicazioni: https://www.mintzberg.org). Frédéric Laloux, in Reinventing Organizations (Frédéric Laloux, “Reinventing Organizations”, Nelson Parker, Bruxelles, 2014. Documentazione in open access: https://www.reinventingorganizations.com), descriverà le organizzazioni di stadio evolutivo più avanzato come organismi autoregolantisi, governati da finalità condivisa anziché da strutture di controllo. Tutti questi autori – con linguaggi diversi, in contesti accademici diversi, partendo da dati empirici diversi – convergono verso una medesima struttura concettuale. La stessa che Paolo aveva enunciato nell’anno cinquanta.

 

II. Il DNA aziendale, anima d’impresa

Il risultato più rilevante della ricerca fu l’identificazione di un sistema di valori – una sorta di DNA proprio di ciascuna impresa – capace di operare come leva strategica attraverso la Corporate University. Quest’ultima si dimostra realmente efficace quando non si limita al trasferimento di competenze tecniche, ma contribuisce a costruire, trasmettere e custodire un patrimonio identitario condiviso fatto di valori, missione, visione e orientamento etico. È proprio questo patrimonio, destinato a permanere nel tempo, a rappresentare il vantaggio competitivo più solido e più difficile da replicare dall’esterno.

Se è vero, infatti, che le competenze tecnico-operative sono acquisibili sul mercato, le tecnologie sono acquistabili, i processi sono imitabili. La cultura organizzativa non lo è, perché non è un oggetto: è una struttura di relazioni consolidata nel tempo, incorporata nei comportamenti, trasmessa attraverso pratiche condivise. Esiste dunque una conoscenza collettiva che prescinde dai singoli, che permane e si trasmette indipendentemente da questi e che tiene insieme il corpo dell’organizzazione durante tutto il suo ciclo di vita. Questa conoscenza collettiva è esattamente ciò che Paolo descrive come il principio di unità del corpo: non la somma delle singole competenze, ma il legame che le ordina e le rende coerenti con un fine. Lo stesso principio emerge nel rapporto tra padrone e schiavo delineato da Paolo, e che fu rivoluzionario ai suoi tempi. L’Apostolo non descrive una gerarchia fondata sul dominio, ma una relazione di responsabilità reciproca ordinata a un fine superiore (per questo ricorda ai padroni: «Trattateli allo stesso modo, lasciando da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e non usa preferenze verso alcuno» – Ef 6,9). Anche chi esercita l’autorità è chiamato a servire il bene del corpo e a rendere conto del proprio operato. In questa prospettiva, il valore di una persona non dipende dalla posizione che occupa, ma dal contributo che offre all’unità e alla vitalità dell’intera comunità.

Un parallelismo che ha implicazioni pratiche dirette. Un’organizzazione che gestisce il talento senza comprendere la natura sistemica del corpo che lo accoglie è destinata a trattare i propri collaboratori come risorse intercambiabili, a subire la volatilità del capitale umano e a perdere sistematicamente la conoscenza accumulata a ogni ciclo di turn-over. Un’organizzazione che invece comprende la propria natura di corpo – e investe nella trasmissione del proprio DNA valoriale – costruisce un asset intangibile che nessun concorrente può acquisire direttamente.

 

III. Innovazione funzione del corpus, non dell’individuo

Uno degli equivoci più persistenti nella letteratura sull’innovazione è l’identificazione del processo innovativo con la genialità individuale. Il modello eroico dell’innovatore – il fondatore carismatico, l’inventore solitario, il disruptor visionario – è narrativamente potente ma empiricamente fragile. Le ricerche sui sistemi innovativi ad alta performance mostrano con regolarità che l’innovazione sostenibile non è un fenomeno individuale ma sistemico: emerge da ambienti organizzativi nei quali la circolazione della conoscenza è fluida, la fiducia reciproca è alta, la diversità delle competenze è valorizzata e il fine condiviso è sufficientemente chiaro da orientare l’azione autonoma senza richiedere coordinamento centralizzato.

Questo è esattamente il modello paolino. Nella Prima Lettera ai Corinzi, i carismi – le competenze differenziate dei membri – non sono fonti di competizione interna ma contributi ordinati al bene comune del corpo. La loro diversità non è un problema da gestire: è la condizione della vitalità del corpo stesso. Un corpo composto di soli occhi non vedrebbe meglio: non potrebbe muoversi, nutrirsi, sopravvivere. La differenziazione funzionale è il fondamento dell’adattabilità organica.

Nel contesto manageriale, le organizzazioni che ottengono risultati superiori e duraturi in termini di innovazione sono quelle che hanno costruito una cultura capace di integrare competenze eterogenee in torno a un nucleo valoriale condiviso. Non quelle con i migliori individui, ma quelle con le migliori relazioni tra individui dotati di competenze diverse. Ecco perché le Corporate University più efficaci non sono quelle con i programmi formativi più sofisticati, ma quelle che riescono a creare e trasmettere un senso di appartenenza fondato su valori espliciti e praticati. Lo stesso Hunter Hastings (vedi post precedenti 1, 2 e 3 e 4) – pur partendo da premesse diverse – osserva che le imprese più innovative del nostro tempo non funzionano come macchine ma come organismi viventi orientati alla creazione di valore. Una conclusione sorprendentemente vicina all’intuizione paolina del Corpo Mistico: il vantaggio competitivo non nasce dalla somma delle competenze individuali, ma dall’armonia delle relazioni che le rendono parte di un unico corpo. Dove prevale il controllo l’organismo si irrigidisce; dove prevale una finalità condivisa il corpo cresce, apprende e innova.

 

IV. Conclusione: ciò che la festa del Corpus Domini ricorda agli imprenditori

Il Corpus Domini – tra le più importanti feste nella tradizione cattolica – celebra appunto la presenza reale di Cristo nel pane consacrato. È anche, nella sua dimensione comunitaria, la memoria del corpo ecclesiale: quella comunità di membra distinte, coordinate da un principio unificante, orientate a un fine comune, che Paolo aveva descritto con chiarezza concettuale nell’anno cinquanta. Per chi lavora nelle organizzazioni – ma anche per chi le studia – quella stessa struttura costituisce la descrizione più accurata di ciò che distingue un’impresa che dura da un’impresa che consuma se stessa. Questa non è una tesi teologica, anzi ecclesiologica. È una constatazione verificabile attraverso la letteratura empirica sul management strategico e confermata, nel suo nucleo essenziale, da un lavoro e da un metodo di ricerca. L’organizzazione è un corpo. Il corpo vive nella misura in cui le sue membra sono ordinate da un principio identitario comune. Quel principio non si acquista sul mercato: si costruisce nel tempo, si trasmette attraverso la formazione, si custodisce nella cultura. Le aziende più innovative del nostro tempo lo sanno. Anche se ignorano chi lo aveva già scritto sotto ispirazione e con sapiente intuizione duemila anni fa.

  

Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology

Indietro
Indietro

I problemi dell’IA per i cattolici del mondo reale che credono ancora nel diavolo

Avanti
Avanti

10 anni dal voto sulla Brexit: uscire dall’Unione Europea non basta