«Sutor, ne ultra crepidam»: il silenzioso ripiegamento del Corporate America da DEI e LGBT
Cari amici della rubrica economica di MiL “300 denari”, Gary Isbell in un recente scritto dal titolo The Quiet Retreat of Corporate America from DEI and LGBT, pubblicato per la TFP (disponibile qui), registra con dati alla mano un fenomeno che, fino a ieri, sarebbe parso impensabile: le grandi corporation statunitensi, dopo aver preteso di vestire i panni di “arbitro morale ultimo del mondo” stanno abbandonando, in silenzio, la stagione del moralismo aziendale a senso unico.
Il dato più eloquente riguarda il Corporate Equality Index (CEI), introdotto dalla Human Rights Campaign nel 2002 e divenuto, in oltre vent’anni, il principale termometro della conformità aziendale all’agenda LGBT. Nel 2026 la partecipazione delle società del c.d. “Fortune 500” è crollata del 65%: dalle 377 aziende del 2025 alle sole 131 di quest’anno. Siamo di fronte a un vero e proprio disimpegno dalle metriche DEI (Diversity, Equity, Inclusion).
Le cause individuate dall’Autrice sono essenzialmente tre.
Anzitutto, la pressione degli azionisti, che hanno cominciato a chiedersi se il proprio capitale sia stato conferito per generare ritorno o per finanziare un’agenda di matrice marxista. Viene osservato che il consenso crescente è che le risorse aziendali siano meglio spese in innovazione e crescita che non nella promozione di una serie di “peccati innaturali”.
In secondo luogo, lo spostamento del fronte culturale. L’organizzazione Them Before Us ha pubblicato un rapporto dettagliato su come i benefit imposti dal CEI – copertura economica per maternità surrogata, fecondazione con donatore, alcuni trattamenti medici applicati a minori – minino la struttura familiare, sacrificando il diritto fondamentale del bambino ad avere padre e madre biologici (un uomo e una donna: la famiglia voluta da Dio) sull’altare dei desideri adulti. Grazie all’iniziativa di tale organizzazione è stato possibile spostare il dibattito dalla supposta “vittima” LGBT adulta al bambino realmente vulnerabile (e vittima dei desideri degli adulti).
In terzo luogo, l’erosione del potere ricattatorio delle lobby progressiste, fino a ieri capaci di minacciare boicottaggi, crisi reputazionali e cattiva stampa per chiunque non si allineasse al punteggio CEI.
Il risultato è un elenco di marchi tutt’altro che marginali che, negli ultimi mesi, hanno fatto un passo indietro su DEI e LGBT: Ford, Harley-Davidson, Lowe’s, Walmart, Tractor Supply, Molson Coors, John Deere, Toyota North America, McDonald’s, IBM, Meta. Imprese che producono trattori, automobili, birra e software, e che faticavano sempre più a spiegare ai propri clienti e dipendenti cosa avesse a che fare il loro core business con la liturgia diversity-equity-inclusion.
Sin qui i fatti. La conclusione dell’Autrice è che le aziende stanno semplicemente ricordandosi di fare ciò che sanno fare, e di farlo dentro la Legge di Dio (“Just doing business inside God’s Law”).
Una breve considerazione. Come ammoniva Plino il Vecchio, “sutor, ne ultra crepidam” (il calzolaio non vada oltre il sandalo). Quando l’impresa pretende di salire in cattedra di etica pubblica, non solo tradisce gli azionisti e aliena quei dipendenti che non condividono tale deriva ideologica ma soprattutto tradisce la propria natura. La sussidiarietà, prima ancora di essere un principio della Dottrina sociale della Chiesa, è una saggezza antica dei mestieri: ciascuno faccia bene ciò che gli compete, e si guardi dall’usurpare uffici altrui: ovverosia, quello della coscienza morale di chi compra o lavora.
Resta una domanda, ed è la più seria: questo ripiegamento è autentica resipiscentia o nuovo opportunismo aziendale che si limita a inseguire il vento dominante? Lo diranno i prossimi anni. Intanto registriamo il fatto, perché anche un riflusso, se non basta, almeno apre uno spazio di respiro nel quale chi vuole può tornare a chiamare le cose con il loro nome.
Filippo