Onora il padre e la madre. Quello che impari solo assistendo una persona fino alla fine

Mio suocero è morto dopo undici anni di letto. Aveva una strepitosa vitalità e un ictus gliel’ha tolta tutta insieme: la parola, una gamba, un braccio. Lasciandogli però quei versi che erano diventati una seconda lingua per noi. E quegli occhi e quella espressione viva del viso che parlavano ancora di più mentre mia moglie gli dava da mangiare. E lo giravamo, lo lavavamo, lo trattavamo – utilizzando un gergo crudo – da “persona normale” e gli parlavamo proprio come si fa con un figlio piccolo, con naturalezza e senza sapere fino in fondo quanto riuscisse a capire. Mia suocera se n’è andata in sei mesi, consumata da un tumore silente, e anche lei l’abbiamo accompagnata giorno dopo giorno, fino all’ultimo respiro. Onora il padre e la madre: non uso la parola “dovere”, perché sarebbe falsa. Abbiamo semplicemente scelto di restituire a chi ci ha dato la vita, ci ha fatto crescere e ci ha educati l’amore e le cure ricevute da bambini. Per anni il loro letto, la carrozzella, le pile di farmaci, asciugamani monouso e pannoloni sono diventati la normalità nella nostra casa. Proprio come lo furono i nostri passeggini, stoviglie per le pappine e pannolini più di cinquant’anni fa per loro. 

C’è stato un momento in cui il lavoro mi chiamava all’estero e avrei potuto portare con me mia moglie. Ho scelto – anzi, abbiamo scelto – che partissi da solo, perché lei potesse restare accanto ai suoi genitori fino alla fine. Non lo racconto per cercare approvazione. Lo racconto perché chi non ha mai cambiato lenzuola e pannolone alle tre del mattino, o aspettato in orante silenzio che una persona amata smettesse di respirare tenendole la mano, rischia di parlare del fine vita come di una questione asettica, meramente sanitaria o soltanto giuridica. Evidentemente, prima delle leggi e dei protocolli vengono le persone.

Nei giorni scorsi Repubblica ha raccontato la vicenda di una donna, poi assolta dalla Corte d’Assise, che dopo vent’anni trascorsi ad assistere la madre malata di Alzheimer, in uno stato di grave crollo psicologico riconosciuto dai periti, ha compiuto un gesto irreparabile. Aveva chiesto aiuto, un posto in RSA e un sostegno come caregiver, senza ottenerli. Chi vorrà potrà approfondire la storia qui, ma la domanda che questa vicenda lascia aperta riguarda tutti: se lo Stato avesse aiutato quella famiglia prima, quella notte sarebbe finita allo stesso modo? La cronaca arriva mentre diverse Regioni stanno aprendo la strada al suicidio medicalmente assistito. La Toscana (centrosinistra) ha aperto la strada. L’Emilia-Romagna (storico laboratorio della sinistra) è pronta a seguirla. Il dibattito è ormai approdato anche in Puglia (centrosinistra) e in Campania, dove il presidente Roberto Fico (M5S-centrosinistra), nonostante le numerose urgenze sanitarie del territorio, ha ritenuto prioritario investire tempo e risorse per accompagnare alla morte anziché promuovere la guarigione e sostenere la vita. Si tratta di iniziative che trovano fondamento nelle sentenze della Corte costituzionale e che rispondono a situazioni di sofferenza reale. Nessuno lo nega.

La domanda, però, resta tutta in piedi: perché lo Stato riesce a costruire procedure sempre più precise per accompagnare la morte, mentre continua a lasciare sole le famiglie che scelgono di accompagnare la vita? In Italia i caregiver familiari sono oltre 7 milioni, e circa il 73% sono donne. Eppure gli aiuti pubblici raggiungono solo una piccola parte di loro. È uno squilibrio difficile da ignorare. Da una parte si definiscono tempi, procedure e percorsi amministrativi. Dall’altra milioni di persone continuano a consumarsi nel silenzio delle proprie case.

Lo stesso squilibrio emerge guardando la crisi demografica. Secondo gli ultimi dati ISTAT, nel 2025 sono nati circa 355.000 bambini, il minimo storico dell’Italia repubblicana, con un tasso di fecondità di appena 1,14 figli per donna. Nello stesso anno il saldo naturale è rimasto fortemente negativo: ogni dodici mesi il Paese perde l’equivalente degli abitanti di una città di medie dimensioni. E mentre nascono sempre meno figli, chi decide di averne, o di tenere in casa un genitore non autosufficiente, continua a sostenere una delle pressioni fiscali più elevate tra i Paesi OCSE. Da anni si parla di strumenti come il quoziente familiare, ma le famiglie attendono ancora una riforma capace di riconoscere davvero il valore sociale della cura.

Forse è proprio qui il punto. È molto più semplice organizzare una procedura che sostenere una famiglia per dieci anni. È più facile finanziare un percorso amministrativo che aiutare chi rinuncia a una carriera, al tempo libero, al sonno, spesso perfino alla propria salute per assistere una persona amata. La libertà è una parola bellissima. Ma è davvero libera una scelta quando l’altra diventa economicamente, psicologicamente e socialmente quasi impossibile?

Mia moglie ed io non rimpiangiamo un solo giorno trascorso accanto ai letti dei nostri cari. Quegli anni ci hanno stancati, ci hanno cambiati, a volte ci hanno piegati. Ma ci hanno anche rafforzati ed insegnato che la dignità non appartiene soltanto a chi soffre: appartiene anche a chi resta, a chi veglia, a chi continua ad amare quando non riceve più nulla in cambio. È su queste persone che uno Stato dovrebbe misurare la propria civiltà. Perché la vera alternativa non è tra eutanasia e accanimento terapeutico. La vera alternativa è tra un Paese che investe sulla famiglia, sulla natalità e su chi si prende cura dei più fragili, e un Paese che, incapace di sostenerli, finisce per rendere più semplice soltanto l’ultima scelta. 

 

Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology

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