L’ultima tentazione dell’America: il Vangelo tra uso civile ad abuso politico
Nel 1925 Bruce Barton pubblicò un libro che battè nelle vendite Hemingway e Fitzgerald. Si intitolava “The Man Nobody Knows” e la tesi era semplice, sfacciata, americana: Gesù di Nazaret fu il primo grande manager della storia. Scelse collaboratori capaci, comunicò con efficacia, costruì un’organizzazione destinata a durare duemila anni. Un imprenditore, insomma. Un leader orientato al risultato.
Cento anni dopo, quel libro esce per la prima volta in italiano (Edizioni Imprimere) e arriva in un momento in cui la domanda che pone non è mai stata più urgente: di quale Cristo parla l’America?
Perché di Cristo americani, ne esistono almeno due. E non si assomigliano.
Il primo è quello di Barton: nobile nella sua distorsione, quasi commovente nel suo ottimismo antropologico. È il Cristo che diventa grammatica dell’azione, che trasforma il Vangelo in energia morale, che legge le Beatitudini come un manuale di leadership. C’è qualcosa di profondamente protestante in questa operazione. E qualcosa, bisogna ammetterlo, di genuinamente virtuoso. L’America che costruisce ospedali, università, organizzazioni filantropiche si nutre di questo immaginario. Michael Novak, che conosceva bene entrambe le sponde dell’Atlantico, vi vedeva una forma autentica di sviluppo della persona: il mercato come palestra di virtù, l’impresa come vocazione. Non è la tradizione cattolica, ma è una tradizione. Ha una sua coerenza.
Il secondo Cristo è un’altra cosa. È quello che Trump ha evocato con la guerra giusta, o quando ha postato su Truth un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che lo mostrava con fattezze simili a Gesù. Immagine poi rimossa dopo la valanga di critiche, ma l’istinto era eloquente. È il Cristo della legittimazione retroattiva, il Cristo convocato a benedire ciò che è già stato deciso. Un Cristo che non è un maestro da imitare, ma un sigillo da apporre su un dossier già scritto dall’uomo.
La vicenda di questi giorni con Leone XIV è un manuale in due capitoli. Nel primo, Trump ha definito il Papa “debole sul crimine e terribile per la politica estera”, aggiungendo di non volere un papa “per il quale vada bene che l’Iran possegga armi atomiche.” Ha persino rivendicato il merito dell’elezione pontificia: “Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.” Poi, come se non bastasse, ha accusato il Papa di fare “gli interessi della sinistra radicale” invece di concentrarsi sull’essere un grande pontefice.
Nel secondo, Vance, convertito al cattolicesimo in età adulta — il che rende la cosa particolarmente istruttiva — ha scelto un registro più sofisticato ma non meno rivelatore: ha invitato il Vaticano “ad attenersi alle questioni morali” e a “lasciare che il presidente degli Stati Uniti si occupi di definire le politiche pubbliche americane.” Con un corollario implicito che chiunque abbia studiato la dottrina sociale cattolica riconoscerà immediatamente come assurdo: la guerra non sarebbe una “questione morale”.
A entrambi, Leone XIV ha risposto con una semplicità disarmante: “Non ho paura dell’amministrazione Trump né di annunciare apertamente il messaggio del Vangelo.” E ha aggiunto, con la precisione che lo contraddistingue: “Non penso si possa abusare del Vangelo nel modo in cui alcune persone stanno facendo.”
Ecco allora la frattura: non tra America e Chiesa. Ma tra due teologie della storia.
La prima — quella di Barton, quella di Novak al suo meglio — crede che i valori cristiani possano incarnarsi nelle istituzioni umane, che l’azione nel mondo sia vocazione, che impresa e virtù non si escludano. È una teologia discutibile in molti punti, ma è seria. Ha prodotto pensiero, ha prodotto istituzioni, ha prodotto santi laici.
La seconda usa il vocabolario cristiano come sistema immunitario contro la critica. Il riferimento a Dio non orienta l’azione: la protegge. Leone XIV lo ha detto nella Veglia per la pace dell’11 aprile: “Basta con l’idolatria di se stessi e del denaro! Basta con l’ostentazione del potere!”. Condannando esplicitamente chi pretende di “arruolare Dio dalla propria parte, offrendo giustificazione religiosa all’uccisione degli innocenti.”
Barton aveva almeno l’onestà di costruire un sistema. Prendeva Gesù e lo trasformava in un’idea. Era una forzatura, ma era coerente. E sopratutto riverente. Quello che vediamo oggi è più grezzo: non si trasforma Gesù in un’idea, lo si usa come avatar. Non si impara dal Vangelo: ci si para dietro.
Il libro di Barton è “affascinante e disturbante”, scrivono le Edizioni Imprimere. Ha una sua ragione. Ma è anche istruttivo: ci mostra il momento esatto in cui l’America perde il filo. Il punto in cui il Vangelo smette di essere Parola che giudica e diventa specchio che lusinga. Ed oggi, a cento anni di distanza, quello specchio è diventato schermo touch.
Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology