Sul «diritto a restare» nella propria terra, ci scrive un autorevole Pastore della Chiesa

Pubblichiamo volentieri le considerazioni che un autorevole Pastore della Chiesa ha voluto farci pervenire a margine dell’ultimo articolo di 300 Denari. Per sua espressa volontà ne rispettiamo l’anonimato.

Carissimo Roberto,

grazie per avermi segnalato il tuo articolo, che ho letto con vero interesse e anche con gusto. La tesi è chiara, coraggiosa e merita attenzione: spostare lo sguardo dal solo salario al capitale sociale è un’operazione intellettualmente onesta, soprattutto perché non neghi il peso dei dati economici, ma li riporti al loro giusto posto: sono una condizione necessaria, certo, ma non sufficiente.

Il ricorso a Hirschman chiarisce bene il rapporto tra exit, voice e loyalty; altrettanto precisa mi sembra, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, l’assunzione del «diritto a non emigrare». E la conclusione affidata a Nuovo Cinema Paradiso riesce a portare il problema fuori dalle statistiche, fino alla coscienza e alla casa: la sconfitta comincia quando a un giovane non si sa più dire altro che «vattene».

Mi permetto di offrirti, ad completandum, soltanto alcune suggestioni.

Anzitutto, un teologo come te potrebbe forse osare un passo ulteriore verso la radice biblica dell’abitare: la terra ricevuta come dono da «coltivare e custodire» (Gen 2,15); l’uomo giusto simile a un albero piantato lungo corsi d’acqua (Sal 1); la promessa di poter abitare, edificare e raccogliere i frutti del proprio lavoro.

Si potrebbe poi completare l’arco magisteriale arrivando sino a papa Francesco, in particolare al Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2023, «Liberi di scegliere se migrare o restare», e ad alcuni passaggi di Fratelli tutti.

Meriterebbe almeno un cenno anche quello che chiamerei capitale spirituale. La parrocchia genera fiducia e legami non soltanto perché svolge una funzione sociale, ma perché celebra e rende visibile una comunione che viene prima. Una parte importante del capitale sociale del Mezzogiorno, del resto, è storicamente nata proprio da questa sorgente spirituale.

Accanto a chi parte e a chi liberamente rimane, ricorderei inoltre chi resta senza averlo davvero scelto: anziani, fragili, persone prive di mezzi o di opportunità. Costoro chiedono di essere accompagnati, non idealizzati. Anche il ritorno potrebbe essere considerato come una categoria a sé: chi ritorna non ricrea semplicemente la situazione di prima, ma può portare dentro i legami stretti della comunità reti più ampie, conoscenze ed esperienze maturate altrove.

Resta infine il problema politico, che è decisivo. Il capitale sociale non può prendere il posto della giustizia, del lavoro dignitoso, dei servizi efficienti e della responsabilità delle istituzioni. Può sostenerli e fecondarli, ma non sostituirli. Altrimenti si rischierebbe, magari senza volerlo, di chiedere alle famiglie, alle parrocchie e alla solidarietà privata di compensare indefinitamente ciò che la politica e l’amministrazione non riescono a garantire.

Ti segnalo soltanto una piccola correzione: in Nuovo Cinema Paradiso il «vattene» non è pronunciato da un genitore, ma da Alfredo a Salvatore. La forza simbolica del richiamo rimane intatta, ma conviene formularlo con precisione.

Sono, come vedi, annotazioni marginali a un testo che sta in piedi da solo, e bene.

Ti ringrazio ancora e ti accompagno con stima, amicizia e preghiera.

✠ Un Pastore della Chiesa

Avanti
Avanti

Il diritto a restare. Perché il capitale sociale vale più di uno stipendio