Il padre, il lavoro e l’uomo che non vuole essere amministrato
Il periodo estivo, oltre che di riposo, è solitamente anche un momento di riprogrammazione dell’anno lavorativo. A questo proposito, proponiamo alcune riflessioni tratte da Il ritorno del padre di Claudio Risè (qui altro precedente post su questo testo), del quale consigliamo senz’altro la lettura.
La sacralità del lavoro e il suo ruolo formativo (qui, precedente post sull’argomento). Il lavoro non è soltanto un mezzo di sostentamento, ma anche una scuola di disciplina, responsabilità e dominio delle proprie passioni. Una volta tanto possiamo essere d’accordo con Voltaire quando, nel Candido, afferma che «il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno».
Storicamente, a introdurre il figlio a questa dimensione è il pater familias, che lo introduce alla realtà attraverso il lavoro. Ma Cristo avverte anche del rischio di investire malamente i propri sforzi quando afferma: «Chi non raccoglie con me, disperde» (Lc 11,23).
Il ruolo di correzione dei figli e di incanalamento delle loro pulsioni, tradizionalmente prerogativa del padre, viene progressivamente assunto dall’autorità pubblica. Questa, a differenza del padre, può sì punire, ma non può amare. L’uomo contemporaneo è sempre più amministrato e sempre meno amato. Non è un caso che Cristo, parlando dell’autorità, parta dalla constatazione che «i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono», contrapponendo subito a questa logica quella cristiana del servizio: «Tra voi non sarà così» (Mt 20,25-26).
Anzi, l’apparato impersonale esige continuamente un ultimo sacrificio in nome di una prosperità futura che non arriva, anche a causa dei suoi stessi fallimenti. Questa logica rieccheggia in secoli di stato moderno nelle parole scritte durante la repressione della Vandea da Jean-Baptiste Beaudesson (1761-1836): «È il caso di dire che l’esecrabile Vandea sta per finire. Ancora uno sforzo e avremo la pace e l’abbondanza». Sappiamo poi quale abbondanza sia seguita.
A distanza di secoli, resta il fatto che l’uomo finisce per essere sempre più meticolosamente amministrato, proprio mentre viene meno il luogo naturale nel quale poteva essere amato, corretto e formato.
Lasciamo dunque la parola a Risè.
Gabriele
Il padre e l’addestramento al lavoro
Parte centrale nel compito di “allevare” Gesù è quindi quella di addestrarlo a un mestiere, al lavoro: servirsi dei materiali e delle cose senza diventarne schiavo. Ciò rimane uno degli aspetti più importanti delle funzioni paterne, anche se la spersonalizzazione dei lavori e il loro rapido mutamento è oggi uno degli aspetti più critici nella formazione umana. Il lavoro col quale Giuseppe assicura il mantenimento della famiglia, è quello del falegname. Un mestiere “artigianale” (artifex, arstfacio), dove gli aspetti tecnici lasciano spazio anche all’ispirazione personale, come mostrano gli oggetti della falegnameria di ogni tempo.
L’evangelista narra che il dodicenne Gesù fu ritrovato nel Tempio dai genitori che lo cercavano da tre giorni, «seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. […] Partì dunque con loro – i genitori – e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso» (Luca 2,46.51). «Questa sottomissione – spiega Giovanni Paolo II –, cioè l’obbedienza di Gesù nella casa di Nazaret, viene intesa anche come partecipazione al lavoro di Giuseppe», riconosciuto nel suo valore.
Il “figlio del carpentiere” accetta quindi di imparare e praticare il lavoro del suo padre putativo, pur essendo perfettamente in grado di discutere con i dottori del Tempio, e desiderando farlo. Quest’esperienza di Gesù sacralizza l’attività del lavoro mostratagli dal padre.
Come osserva la Redemptoris Custos: «Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione». E questo è ciò che avviene quando il padre trasmette il mestiere al figlio, o almeno lo inizia ad esso.
Tale possibilità si è certamente sempre più ridotta nel corso della modernità, con il trasferimento del lavoro dalle botteghe di arti e mestieri o dalla proprietà agricola unifamiliare alle grandi organizzazioni burocratiche impersonali, come le aziende multinazionali. […]
La rottura della dialettica padre-figlio nella formazione professionale e lavorativa della tarda modernità ha rischiato di ridurre la figura archetipica del figlio-tra-sformatore del mondo a quella di un burocrate depresso, che deve semplicemente inserirsi in caselle predisposte altrove e da altri. La psiche e il corpo umano (ma anche le società) sono tuttavia previsti per obiettivi più ampi, personali e significativi. La loro mancanza nell’epoca postmoderna crea malattia e disfunzioni non solo negli individui ma anche nei gruppi e nelle loro culture.
Ciononostante, nella relazione tra uomo-padre e lavoro incominciano però ad essere visibili importanti volontà di cambiamento, un fatto su cui torneremo.
Lo Stato subentra al padre come correttore
La funzione paterna di “correttore” è oggi particolarmente deplorata e negata. Eppure, anche per la sua relativa lontananza dal figlio/a in tutto il processo di gestazione, è proprio il padre la persona della famiglia destinata a contenere e organizzare spinte e pulsioni indifferenziate, indirizzandole verso un obiettivo di crescita umana. In questo egli ripete un aspetto del Padre celeste, come osserva Giovanni Ventimiglia (2002): «Si moltiplicano ai nostri giorni i libri su Dio dal volto di madre [cfr. Orsatti, 1998; Hauke, 1993], e le esperienze ecclesiastiche a forte connotazione matriarcale, dove la comunità è costituita da figli-servi di una stessa Madre. Eppure, appunto, nella Bibbia, il volto paterno di Dio significa, nella sua gran parte, amore nel modo del rigore, del giudizio, della correzione: “Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Proverbi 3,11-12)».
La correzione paterna, insomma, trasforma e rende personale il modo di essere più evidente nel bimbo subito dopo la nascita e nei primi anni di vita, che era ancora quello della fusionalità, della non distinzione. Il bimbo nasce identificandosi con il mondo dei suoi bisogni, i quali sono anche i suoi affetti: dalla madre alle pulsioni elementari, ai desideri. Il tutto dominato dalla dimensione dell’immediatezza: lo desidero, devo averlo.
È allora che la funzione della correzione, faticosamente impersonificata dal padre, distoglie il figlio dalla confusione col mondo della materia, delle cose. Tale funzione è esercitata attraverso l’esercizio di un giudizio, amoroso ma netto e non ambiguo, «che taglia la relazione simbiotica con la madre e ci fa sentire figli di un padre» (Ventimiglia, cit.). Questo sentirsi figli di un padre, del cui ruolo vitale abbiamo fatto l’esperienza, è d’altra parte indispensabile per interiorizzarne la figura, per costruire cioè un’immagine simbolica di padre positivo dentro di noi; a cui ricorrere più volte nei momenti difficili della vita, per riceverne direzione e forza, ma anche per essere padri noi stessi, generando nuova vita, idee, azioni.
Nell’esperienza clinica è poi evidente la relazione tra la funzione psicologica “correttiva” del padre e lo sviluppo della volontà del figlio. E lo è anche dal punto di vista della conoscenza religiosa, tanto che il mistico tedesco Jacob Böhme, all’inizio del Seicento, dava questa definizione: «Il Padre è il fuoco della volontà» (Böhme, 2010).
Naturalmente la “correzione“, in quanto intervento che modifica l’orientamento automatico della psiche, rappresenta una fatica per chi la riceve (ma anche per chi la impartisce). La lettera agli Ebrei, che ne parla, non ne fa mistero: «In verità, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che con essa sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e fate passi diritti con i vostri piedi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire» (Ebrei 12,5-13).
L’amore paterno è dunque anche rimprovero e correzione. Per questo è stato svilito nel tempo della modernità, dove il rimprovero e la correzione, come ricorda Michel Foucault, sono diventati prerogative degli Stati. E non a fine d’amore, ma di accrescimento del potere degli apparati burocratici e di esercizio del dominio.
Oggi, alla fine della modernità, l’essere umano è meticolosamente “amministrato” da poteri burocratici, ma non è più “amato“. Perché si è reso fragile e in parte distrutto il luogo stesso dove quell’amore può prendere forma (come è accaduto fin dall’inizio dell’umanità): la famiglia. Lasciato alle sue pulsioni, fumano viene corretto quando ormai è tardi e la sua vita non è più una terra fertile. Un deserto quindi in cui nessun padre lo ha condotto, con viaggi faticosi, ma emozionanti e istruttivi. Per questo l’essere umano reclama il Padre, in cielo e in terra.