Il diritto a restare. Perché il capitale sociale vale più di uno stipendio

Ottantasettemilaseicentoquarantatré. Claudio Mazzone, sul Corriere della Sera, ha scelto questo numero per raccontare la grande emorragia di giovani che, tra il 2015 e il 2025, ha svuotato la Città metropolitana di Napoli1: 87.643 residenti in meno tra i 15 e i 34 anni. Il dato, elaborato dall’Ufficio studi della CGIA2 su base Istat, è ineccepibile. È l’interpretazione che rischia di esserlo meno. Da anni, infatti, il dibattito pubblico ripete la stessa spiegazione: mancano lavoro e stipendi, quindi i giovani partono. Ma siamo sicuri che sia davvero questa la causa decisiva? E se, invece, continuassimo a guardare soltanto l’ultima conseguenza di un problema molto più profondo? La vera ricchezza che il Mezzogiorno perde non sono soltanto i suoi giovani: è il capitale sociale che parte con loro. Ed è proprio da qui che occorre ricominciare a leggere quei numeri.

Fra il 1880 e il 1924 oltre quattro milioni di italiani sbarcarono negli Stati Uniti3. Non erano laureati. Spesso non sapevano leggere. Non conoscevano l’inglese, non avevano un soldo, non avevano santi in paradiso. O meglio, ne avevano uno solo e se lo portavano dietro nella valigia di cartone insieme all’immagine della Madonna. L’America non era la Silicon Valley: era lo sweatshop, la Little Italy sovraffollata, la mortalità sul lavoro, il pregiudizio del dago e del wop. Eppure, in due generazioni, quei disperati costruirono imprese, patrimoni, dinastie. Il capitale economico era pressoché nullo. Ciò che quegli emigranti portavano con sé – e ricostruivano appena sbarcati, parrocchia dopo parrocchia, mutuo soccorso dopo mutuo soccorso – era un capitale di tutt’altra natura.

Pierre Bourdieu lo avrebbe chiamato capitale sociale4: la rete di relazioni, fiducia e obblighi reciproci che una persona può mobilitare, e che non compare in nessuna busta paga. Robert Putnam vi ha aggiunto un’ulteriore distinzione. Quella tra capitale bonding, i legami stretti di famiglia, vicinato, comunità. E il capitale bridging, ponti lanciati verso reti più ampie5. Il Mezzogiorno, e Napoli in particolare, possiede ancora in abbondanza il primo: di questi capitali famiglie estese, solidarietà di quartiere, parrocchie che funzionano da ammortizzatore sociale informale. La letteratura contemporanea tende a descriverlo come un residuo arcaico, un freno alla modernizzazione. Putnam direbbe l’opposto: è una risorsa. James Coleman ha mostrato con altrettanta chiarezza come questo tipo di capitale abbatta concretamente i costi delle scelte economiche. Un nonno che bada ai nipoti, uno zio che presta un garage per aprire un’attività, un parroco che mette in contatto due famiglie6. Sono indicatori che anche se il Pil non misura, esistono e impattano sul reddito.

È qui che l’equazione lineare comincia a incrinarsi. Un giovane che guadagna 2.700 euro netti a Monaco di Baviera, contro 1.600 a Napoli, non sta automaticamente meglio: sta guadagnando di più. Sono due affermazioni diverse. Bisogna sottrarre l’affitto, l’assicurazione, i trasporti, la baby-sitter che a Napoli avrebbe fatto gratis la nonna, l’assistenza all’anziano che altrove costa ma qui si organizza in famiglia. E bisogna sottrarre, soprattutto, ciò che non ha un prezzo di mercato ma ha un costo molto alto: la solitudine.

La letteratura su questo punto è ormai sterminata. La Harvard Study of Adult Development, lo studio più lungo mai condotto sul benessere umano, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Commissione Europea: tutte le fonti convergono su un dato semplice e scomodo, la qualità delle relazioni predice la felicità e la salute meglio del reddito7. L’emigrazione, quando recide queste relazioni, non è soltanto una scelta di mobilità: è un investimento che si paga in ansia, in depressione, in malattie cardiovascolari. Non è un caso che una quota tutt’altro che marginale di chi parte, prima o poi decida di tornare8.

Albert Hirschman, cinquant’anni fa, distinse tre risposte possibili al declino di un’organizzazione o di un territorio: exit, andarsene; voice, protestare per cambiarlo; loyalty, restare e investire9. Il dibattito pubblico italiano, da almeno vent’anni, celebra soltanto la prima. Chi parte è descritto come intraprendente; chi resta, quasi come chi non ce l’ha fatta. È un ribaltamento antropologico prima ancora che economico: le generazioni precedenti emigravano per tornare, con l’idea del riscatto e del rientro; oggi si parte, sempre più spesso, pensando di non tornare più. Ma se tutti scelgono l’exit, la voice si spegne, e nessuno resta a migliorare l’organizzazione, alias la città, il quartiere, l’impresa di famiglia. Ed è proprio qui il punto: continuiamo a discutere delle ragioni economiche della partenza, mentre ignoriamo il costo sociale e antropologico dell’abbandono dei territori.

Qui la Dottrina Sociale della Chiesa offre una categoria che questa analisi giornalistica ignora: il diritto a non emigrare. Non è uno slogan identitario, è magistero oramai consolidato. Giovanni Paolo II lo formulò nel 1998: «Diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria»10. Benedetto XVI lo precisò nel 2012: «Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare»11. Il principio è stato coniato per l’Africa e l’America Latina, per Paesi devastati da guerra e miseria assoluta. Applicarlo al Mezzogiorno d’Italia può sembrare uno scandalo, ma non lo è: cambia la scala del problema, non la sua natura. Anche SVIMEZ, sul versante laico, riassume la stessa istanza con una formula efficace, “freedom to move, right to stay”12: la mobilità resta una libertà, ma diventa patologica quando è l’unica strada percorribile. E la Banca d’Italia, che pure legge il fenomeno soprattutto attraverso i differenziali occupazionali13, non contraddice questa lettura: la conferma, semmai, come condizione necessaria ma non sufficiente.

Ecco allora che bisogna evitare due errori speculari. Il primo è idealizzare Ellis Island: non tutti gli emigranti italiani ce la fecero, molti morirono di stenti e senza sepoltura degna, e sarebbe disonesto proporlo come modello. Il secondo è negare che oggi esistano differenze oggettive fra territori: salari, opportunità e struttura produttiva del Nord restano superiori a quelli del Sud, ed è inutile far finta di niente. La tesi qui sostenuta non è che queste differenze non esistano. È che non esauriscono la spiegazione delle scelte individuali, e che la variabile relazionale – trascurata dagli economisti perché non quantificabile – pesa più di quanto la vulgata voglia ammettere.

Se la diagnosi è corretta, allora anche la terapia cambia. Se il problema fosse soltanto il salario, basterebbero incentivi economici. Ma se il vero deficit è il capitale sociale, allora la ricostruzione deve partire dai luoghi che generano relazioni prima ancora che reddito. Il terreno su cui si gioca la partita non è anzitutto quello statale. È quello dei corpi intermedi. Significa una famiglia che smetta di essere solo welfare e affetti, e diventi luogo di crescita integrale, un incubatore di capitale umano. Una parrocchia che torni a fare ciò che ha sempre saputo fare meglio dello Stato: formare persone, creare fiducia, mettere in relazione, incoraggiare la nascita di associazioni, generare indirettamente microcredito informale. Un’università che smetta di essere macchina di esportazione di laureati e cominci a costruire reti di alumni radicati sul territorio, puntando sul Terzo mandato. Un imprenditore che non chieda solo sgravi fiscali, ma apra l’ecosistema che ha intorno, dando fiducia a chi comincia. Un professionista che faccia mentoring invece di limitarsi a lamentarsi del “deserto” che lo circonda.

Il fallimento più grave non è, in fondo, il numero di espatriati che apre questo articolo. È il momento in cui – come in Nuovo Cinema Paradiso – un genitore, interrogato sul futuro del figlio, risponde con una sola parola: “vattene”. Quando la voice si spegne in casa, prima ancora che nelle urne, la partita è già persa. Il successo, per un giovane napoletano – o del Sud, in generale –, non dovrebbe misurarsi nella distanza dal luogo di nascita. Dovrebbe misurarsi nella libertà reale di scegliere fra partire, restare e tornare, senza che nessuna delle tre opzioni comporti una condanna. Restare, quando è una scelta e non una resa, vale più di uno stipendio. Perché lo stipendio si spende in un mese. Il capitale sociale, se qualcuno ricomincia a costruirlo, si trasmette per generazioni. Esattamente come, cent’anni fa, come chi partì senza nulla se non con la certezza di non essere mai davvero solo.

 

Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology

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