Se paghiamo tutti, paghiamo di più: la (vera) storia della politica fiscale italiana
Il 25 marzo 2026 l’Agenzia delle entrate ha comunicato il risultato del 2025: 36,2 miliardi di euro riportati nelle casse dello Stato, 2,8 miliardi in più dell’anno precedente, di cui 29 miliardi dal solo contrasto all’evasione fiscale (qui). Un vero record per le entrate dello Stato.
La formula che accompagna da vent’anni questi annunci è nota a memoria e ripetutamente ribadita al fine di giustificare interventi normativi sempre più pervasivi e limitativi dell’autonomia privata: pagare tutti per pagare meno. Ma è veramente così?
Cos’è accaduto in realtà negli ultimi 25 anni?Nell’anno 2025, in cui il recupero dell’evasione ha raggiunto il massimo storico, anche la pressione fiscale ha toccato il massimo storico: 43,1% del PIL(qui i dati Istat). Nel 2000 era il 40%; nel 2005 aveva raggiunto il minimo del periodo, il 38,9% (qui).Le entrate complessive delle Amministrazioni pubbliche sono passate da 547 a 1.085 miliardi di euro: più 98,5% in venticinque anni, a fronte di un prodotto interno lordo nominale cresciuto dell’81,4% (qui). In rapporto al PIL, il prelievo complessivo è salito dal 43,9% al 48,1%: oltre quattro punti di PIL in venticinque anni. Il debito pubblico, nel medesimo arco, è salito dal 108,7% al 137,1% del PIL, attestandosi a oltre 3.095 miliardi di euro (qui).E l’evasione? È effettivamente diminuita. Il tax gap (vale a dire la differenza tra le entrate tributarie totali che lo Stato dovrebbe teoricamente riscuotere in base alle leggi vigenti e la cifra che viene effettivamente incassata) è sceso dal 19,4% del 2019 al 17,3% del 2023. Sulle quattro imposte che ne concentrano la quasi totalità, la quota di imposta evasa è passata dal 35,1% del 2001 al 26,4% del 2022 (qui).
Non si tratta di un’anomalia congiunturale: è il risultato di un processo che le evidenze numeriche esaminate certificano da almeno un quarto di secolo, ma certamente la relativa scaturigine è ben più risalente.
La proposizione «pagare tutti per pagare meno» non è semplicemente non verificata: è confutata dai dati ufficiali delle Amministrazioni pubbliche.
L’ipocrisia maggiore è che il legislatore domestico ha mostrato di credere così fermamente alla tralatizia “formula retorica” che ha finito per istituire il «Fondo per la riduzione strutturale della pressione fiscale» (cfr. art. 2, comma 36, d.l. 13 agosto 2011), a cui destinare le maggiori entrate ascrivibili su base permanente al contrasto dell’evasione, al netto di quelle necessarie al mantenimento dell’equilibrio di bilancio e alla riduzione del rapporto fra debito e PIL. Peccato che, alla prova dei fatti, quel fondo sia rimasto sostanzialmente vuoto.
A fronte di un calo dell’evasione stimato in 27,6 miliardi di euro nel quinquennio 2017-2021, al Fondo sono affluiti, nel quadriennio successivo, 3,6 miliardi di euro: appena il 13% (qui).
Nel dettaglio: nel 2022 nulla, benché fossero disponibili 4,4 miliardi di euro; nel 2023, 1,4 miliardi; nel 2024 nulla; nel 2025, 2,2 miliardi, a fronte di 9,4 miliardi teoricamente maturati. Per il 2026, secondo quanto riportato dalla stampa nell’ottobre 2025, il Fondo non sarà alimentato (qui).
Uno sguardo all’apparato che dovrebbe assicurare il rispetto della promessa «pagare tutti per pagare meno»L’Agenzia delle entrate contava, al 31 dicembre 2024, 34.938 dipendenti: 5.418 in più rispetto ai 29.520 dell’anno precedente, che a loro volta erano 1.611 in più rispetto al 2022 (qui). Le assegnazioni statali sui capitoli 3890 e 3891 dello stato di previsione del Ministero ammontavano nel 2023 a 3,157 miliardi di euro (qui).
Accanto all’Agenzia: l’Agenzia delle entrate-Riscossione, con un contributo statale diretto di 948,68 milioni di euro nel 2024 (qui). E i risultati dell’ente incaricato di riscuotere? Il carico residuo dei ruoli affidati dal 2000 ammonta a 1.274 miliardi di euro. Di questi, 511,5 miliardi sono classificati di difficile o impossibile recupero, mentre la parte restante è in prevalenza sospesa, rateizzata o oggetto di contenzioso. Effettivamente esigibili: 102 miliardi; vale a dire, l’8% (qui).
L’apparato delle predette agenzie (senza considerare gli ulteriori costi collegati al corpo della Guardia di Finanza) costa annualmente alla collettività oltre 4 miliardi di euro, senza che, come si è visto, ne sia derivato alcun beneficio diretto in termini di minore pressione fiscale.
Alcune notazioni conclusiveLe riflessioni sopra formulate, sebbene con accenti diversi, sono state proposte da alcuni ambienti accademici (cfr. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica nell’agosto 2025 (qui)), eppure, l’evidente fallacia del motto «pagare tutti per pagare meno» non è mai diventata un vero tema politico.
La ragione di ciò non richiede dietrologie, ma soltanto essere osservatori minimamente attenti e acuti.
Una tesi diventa politicamente rilevante quando qualcuno ha interesse a portarla avanti. Qui, superata la stagione delle campagne elettorali, nessuno che rivesta un ruolo politico in Italia ha interesse a una riduzione della pressione fiscale. Per chi amministra la cosa pubblica, lasciare maggiori risorse ai cittadini comporta una sensibile limitazione del proprio potere: significa non disporre più di quelle risorse da canalizzare verso il proprio apparato e verso il proprio consenso – si pensi al reddito di cittadinanza – in prospettiva del ritorno elettorale. Lasciare i soldi ai cittadini vuol dire garantire loro maggiore autonomia e libertà; sottrarre loro ricchezza attraverso il sistema impositivo vuol dire renderli più dipendenti dal sussidio pubblico, e dunque più influenzabili.
A ciò si aggiunge che il singolo cittadino ha possibilità limitate di comprendere queste dinamiche e all’apparato pubblico conviene moltissimo che nessuno le comprenda. Chi in Italia produce analisi economica di “rango” è, quasi senza eccezione, finanziato dal medesimo prelievo. Non ne discende che menta: ne discende che quella domanda, nell’ordine delle sue priorità intellettuali, non si affaccia mai per prima.
Questo esito era stato descritto da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus con una lucidità che oggi impressiona: lo Stato che interviene direttamente e deresponsabilizza la società provoca la perdita di energie umane e «l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche» (qui). Il rimedio dell’Enciclica non è meno solidarietà, ma la sussidiarietà: che la società di ordine superiore non tolga a quella inferiore ciò che questa sa fare da sé. Tradotto in materia fiscale: la ricchezza appartiene, prima che allo Stato, a chi l’ha prodotta, e il prelievo è legittimo nella misura in cui serve al bene comune. Oltre quella misura non è solidarietà, è sottrazione, e se il prelievo permane dopo essere divenuto superfluo, è sottrazione consapevole.
Il lettore di questo blog sa che, nella parabola evangelica che da titolo alla rubrica “300denari”, il punto non è mai stato il prezzo del nardo. L’obiezione di Giuda era ineccepibile: trecento denari erano quasi un anno di salario di un bracciante, una cifra importante. L’Evangelista non contesta l’argomento, rileva però l’interesse personale di chi teneva la borsa («diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro e, tenendo la borsa, ne portava via ciò che vi si metteva dentro» – Gv 12,6).
La bontà del fine non purifica la mano che amministra: non perché chi amministra sia di per sé disonesto ma perché nessun uomo è giudice nella causa propria, e nessuna istituzione lo è. Remota iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?(Agostino, De civitate Dei, IV, 4). Non è un’accusa: è una definizione condizionata, e la condizione è la giustizia. Che qui avrebbe un nome preciso e una misura verificabile: restituire ai contribuenti (quantomeno) la parte di prelievo che il recupero dell’evasione ha reso non più necessaria.
Filippo