“Nulla di grande ha un grande inizio”: De Maistre, la legge di bilancio e l’illusione del potere normativo

Il 30 dicembre scorso si è finalmente chiusa la legge di bilancio 2026, tra mille slogan e mille polemiche. Qui abbiamo già parlato di alcune proposte; oggi, invece, vogliamo soffermarci sulla forma. Una forma che diventa sostanza. Una sostanza, però, inconsistente.

Se nel 1983 la legge finanziaria constava di 48 pagine, quella del 2026 si chiude oggi a circa 540. Al di là delle oscillazioni annuali, la tendenza di lungo periodo è evidente e prescinde dal governo pro tempore.

Scriveva Joseph de Maistre (1753-1821): “Quanto più una istituzione è perfetta, meno scrive; così che quella che certamente è divina non ha scritto nulla affatto nello stabilirsi”. E ancora: “ogni istituzione falsa scrive molto, perché avverte la sua debolezza e cerca un appoggio”.

L’aumento delle pagine cresce con l’espansione del controllo pubblico e diminuisce con il potere reale del Parlamento italiano, oggi esautorato di tanti poteri: la legge di bilancio è condivisa prioritariamente con la Commissione europea prima che con le Camere, approvata tramite voti di fiducia che neutralizzano il dibattito – ridotta infatti ad un unico articolo suddiviso in centinaia di commi. Senza parlare della cronica opacità normativa, il cui costo è stato (riteniamo, ottimisticamente) stimato in una riduzione del PIL fino al 5% (Morelli et al).

Se Tacito (55-120 c.a) scriveva che corruptissima re publica plurimae leges (moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto, qui un nostro precedente post), il filosofo contro-rivoluzionario Joseph de Maistre ci aiuta a comprendere più a fondo l’inconsistenza e la fragilità di un’istituzione che molto scrive e molto legifera, in contrapposizione alla vitalità della storia della Rivelazione divina, la quale quasi mai ha fornito norme se non quando indotta dalle circostanze.

Un monito che, letto oggi, può interrogare anche ampi settori della gerarchia ecclesiastica, sempre più inclini a produrre prolissi documenti poveri di sostanza o a celebrare — come nella Laudate Deum di papa Francesco — conferenze e accordi internazionali (COP21 e simili), solenni nella forma e “storici” nella narrazione, ma rapidamente dimenticati nella realtà. Come insegna de Maistre: “nulla di grande ha un grande inizio”.

Di seguito alcuni stralci scelti del “Saggio sul Principio Generatore delle Costituzioni Politiche e delle Altre Istituzioni Umane” del filosofo cattolico francese. Buona lettura.

Gabriele

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“La politica, che forse è la più spinosa delle scienze, per la difficoltà, sempre risorgente, di discernere ciò che vi è di stabile o di mutevole nei suoi elementi, presenta un fenomeno singolare e capace di far tremare ogni uomo saggio chiamato all’amministrazione dello Stato: il fatto cioè che tutto ciò che il buonsenso intravede sulle prime in questa scienza, come verità evidente, si rivela quasi sempre, quando l’esperienza ha parlato, non soltanto falso, ma funesto”.

Punto I: “Uno dei grandi errori [del XVIII secolo], fu di credere che una costituzione politica potesse essere scritta e creata a priori, mentre ragione ed esperienza si uniscono per dimostrare che una costituzione è un’opera divina e che proprio ciò che vi è di più fondamentale e di più essenzialmente costituzionale nelle leggi di una nazione non potrebbe mai essere scritto”.

Punto IX: “Ciò che vi è di più essenziale, di più intrinsecamente costituzionale e di veramente fondamentale non è mai scritto, e neppure potrebbe esserlo, senza esporre a pericolo lo Stato. La debolezza e la fragilità di una costituzione sono direttamente proporzionali proprio alla molteplicità degli articoli costituzionali scritti”.

Punto XV: “Il Nuovo Testamento, successivo alla morte del legislatore e alla stessa instaurazione della sua religione, offre una narrazione, avvertimenti, precetti morali, esortazioni, ordini, minacce, ecc., ma per nulla una raccolta di dogmi enunciati in forma imperativa.”

Punto XVII: “se il cristianesimo non fosse mai stato attaccato, non avrebbe mai scritto per fissare il dogma; ma il dogma non avrebbe mai potuto essere fissato per iscritto, se non fosse esistito anteriormente nel suo stato naturale, che è quello di parola. […] La fede, se la sofistica opposizione [dei Protestanti] non l’avesse mai forzata a scrivere, sarebbe mille volte più angelica: essa piange su quelle decisioni che le furono strappate dalla ribellione”.

Punto XIX: “La parola […] sta alla scrittura come un uomo al suo ritratto. […]  Così, chi si immagina di poter stabilire, grazie alla sola scrittura, una dottrina chiara e durevole, È UN GRANDE STOLTO. Se egli possedesse realmente i veri germi della verità, si guarderebbe bene dal credere che con un po’ di liquido nero e una penna potrà farli germogliare nell’universo”.

Punto XX: “Sarebbe stato senza dubbio auspicabile – ha detto [San Giovanni Crisostomo] — che non avessimo mai avuto bisogno della scrittura, e che i precetti divini fossero solo scritti dalla grazia nei nostri cuori, come lo sono con l’inchiostro nei nostri libri […]. Dio non rivelò mai nulla [per iscritto] agli eletti dell’Antico Testamento: parlò sempre loro direttamente, perché vedeva la purezza dei loro cuori; ma quando il popolo ebreo precipitò nell’abisso dei vizi, furono necessari libri e leggi. Lo stesso itinerario si è ripetuto sotto l’impero della nuova rivelazione, Cristo infatti non ha lasciato un solo scritto ai suoi apostoli. Invece di libri, promise loro lo Spirito Santo. Sarà lui — disse — a ispirarvi ciò che dovrete dire. Ma poiché, con il succedersi dei tempi, uomini colpevoli si ribellarono contro i dogmi e contro la morale, fu necessario ridursi ai libri”.

Punto XXI: “si può ben parlare [della] profonda imbecillità […] di quei poveretti che si immaginano che i legislatori siano uomini, le leggi pezzi di carta, e [che] le nazioni possano essere costituite con l’inchiostro. Esse mostrano invece che la scrittura è costantemente un segno di debolezza, di ignoranza o di pericolo; che, quanto più una istituzione è perfetta, meno scrive; così che quella che certamente è divina non ha scritto nulla affatto nello stabilirsi, per farci comprendere che ogni legge scritta non è che un male necessario, prodotto dalla debolezza o dalla malizia umana, e che essa è un puro niente, se non ha ricevuto una sanzione anteriore e non scritta”.

Punto XXIII: “Ogni spirito retto finirà di convincersi su questo punto, per poco che voglia riflettere su un assioma che colpisce ugualmente per la sua importanza e per la sua validità universale: NULLA DI GRANDE HA UN GRANDE INIZIO. Nella storia di tutti i secoli non si troverà una sola eccezione a questa legge. […] Da ciò deriva che ogni istituzione falsa scrive molto, perché avverte la sua debolezza e cerca un appoggio”.

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