Lavorare da figli di Dio

Nel tempo di Natale parlare di lavoro può apparire una provocazione. E, in effetti, lo è e lo vuole essere.

Nel dibattito contemporaneo il lavoro (soprattutto in territorio italico) è spesso rivendicato come un diritto, talvolta brandito come uno slogan, spesso invocando, anche a sproposito, gli artt. 1, 35 e 36 della Costituzione. Molto più raramente, però, esso viene vissuto come una vocazione. Ottenuto il “posto fisso” – sintagma su cui l’attore Checco Zalone ha costruito un intero film – non è infrequente che il lavoro venga percepito come un peso, una costrizione, una parentesi forzata tra un tempo libero e l’altro. La lamentela diventa linguaggio abituale; il lavoro, una schiavitù dalla quale evadere, magari sognando una vincita a “turista per sempre” che consenta di smettere definitivamente di “fare fatica”.

Eppure, per un cattolico, il lavoro non è questo. Non è una punizione, né un male necessario. Non è semplicemente il prezzo da pagare per vivere.

Ma allora: che cos’è davvero il lavoro per un cattolico? È soltanto una conseguenza del peccato originale? Oppure è un luogo nel quale si gioca qualcosa di essenziale della vita del buon cattolico?

A queste domande risponde con sorprendente chiarezza un grande santo del Novecento, San Josemaría Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, che ha ricordato con forza come ogni battezzato sia chiamato alla santità non nonostante il lavoro, ma attraverso il lavoro stesso che, prima che diritto, è un dovere che va vissuto con competenza, responsabilità e amore.

Nei paragrafi che seguono riportiamo ampi stralci dell’omelia “Lavoro di Dio”, pronunciata il 6 febbraio 1960 e raccolta in Amici di Dio (parr. 55 ss.), nei quali San Josemaría offre una vera e propria teologia del lavoro quotidiano: una riflessione esigente, controcorrente, e oggi forse più attuale che mai.

Auguri di buon anno nel motto benedettino “ora et labora”.

Filippo

* * * * *

55. Cominciare è di molti; portare a termine è di pochi. Fra questi pochi dobbiamo esserci noi, che cerchiamo di comportarci da figli di Dio. Non dimenticatelo: soltanto i lavori ultimati con amore, completati bene, meritano le parole di elogio del Signore, che si leggono nella Sacra Scrittura: Meglio la fine di una cosa che il suo principio (Qo 7, 8). (…)

Molti cristiani hanno smarrito la convinzione che l’integrità di vita, richiesta dal Signore ai suoi figli, esige una cura autentica nell’adempimento dei propri compiti, che devono essere santificati, fino ai dettagli più minuti.

Non possiamo offrire al Signore cose che, pur con le povere limitazioni umane, non siano perfette, senza macchia, compiute con attenzione anche nei minimi particolari: Dio non accetta le raffazzonature. Non offrirete nulla con qualche difetto, ammonisce la Sacra Scrittura, perché non sarebbe gradito (Lv 22, 20). Pertanto, il lavoro di ciascuno, il lavoro che impiega le nostre giornate e le nostre energie, deve essere un’offerta degna per il Creatore, operatio Dei, lavoro di Dio e per Dio: in una parola, deve essere un’opera completa, impeccabile. (…)

57. Non appena fu creato, l’uomo dovette lavorare. Non sto inventando: basta aprire le prime pagine della Bibbia per leggere che – ancor prima che il peccato entrasse nell’umanità e, come conseguenza della trasgressione, comparissero la morte, le pene e le miserie (cfr Rm 5, 12) – Dio formò Adamo col fango della terra, e creò per lui e per la sua discendenza questo mondo così bello, ut operaretur et custodiret illum (Gn 2, 15), perché lo lavorasse e lo custodisse.

Dobbiamo convincerci, pertanto, che il lavoro è una realtà meravigliosa che ci viene imposta come una legge inesorabile alla quale tutti, in un modo o nell’altro, siamo sottomessi, anche se qualcuno tenta di sottrarsi. Sappiatelo bene: quest’obbligo non è sorto come conseguenza del peccato originale, e tanto meno è una scoperta moderna. Si tratta di un mezzo necessario che Dio ci affida sulla terra, dando ampiezza ai nostri giorni e facendoci partecipi del suo potere creatore, affinché possiamo guadagnare il nostro sostentamento e, nello stesso tempo, raccogliere frutti per la vita eterna (Gv 4, 36): l’uomo nasce per lavorare, come gli uccelli per volare (Gb 5, 7).

Potreste farmi osservare che sono passati molti secoli, e che ben pochi la pensano così; che la maggioranza, semmai, si affanna per motivi ben diversi: gli uni, per il denaro; altri, per mantenere la famiglia; altri ancora, per raggiungere una certa posizione sociale, per sviluppare le proprie capacità, per soddisfare passioni disordinate, per contribuire al progresso sociale. In generale, la gente affronta le proprie occupazioni come una necessità da cui non può sfuggire.

Di fronte a questa visione piatta, egoista, gregaria, tu e io dobbiamo ricordarci e ricordare agli altri che siamo figli di Dio, ai quali, come ai personaggi della parabola evangelica, nostro Padre ha rivolto l’invito: Figlio, va’ a lavorare nella vigna (Mt 21, 28). Vi assicuro che, se ci impegniamo tutti i giorni a considerare i nostri doveri personali come una richiesta divina, impareremo a portare a termine il compito con la maggior perfezione umana e soprannaturale di cui siamo capaci. Forse qualche volta ci ribelleremo – come il figlio maggiore che rispose: Non voglio (Mt 21, 29) –, ma poi, pentiti, sapremo reagire, e ci dedicheremo con rinnovato impegno al compimento del dovere.

58. (…) Davvero: se il fatto che Dio ci vede fosse una realtà ben incisa nella nostra coscienza, se ci rendessimo conto che tutto il nostro lavoro, proprio tutto – nulla sfugge al suo sguardo –, si svolge alla sua presenza, con quanta cura porteremmo a compimento tutte le cose o quanto diverse sarebbero le nostre reazioni! E questo è il segreto della santità che vi sto predicando da tanti anni: Dio ha chiamato tutti ad essere suoi imitatori; e voi e io siamo stati chiamati affinché, vivendo in mezzo al mondo – da persone qualsiasi –, sappiamo mettere Cristo nostro Signore al vertice di tutte le attività umane oneste. (…)

60. (…) Convincetevi che la vocazione professionale è parte essenziale, inseparabile, della nostra condizione di cristiani. Il Signore vi vuole santi nel posto in cui siete, nella mansione che vi siete scelta per il motivo che vi è parso più opportuno: tutte mi sembrano buone e nobili – se non si oppongono alla legge divina – e suscettibili di essere innalzate al piano soprannaturale, cioè inserite nella corrente d’Amore che caratterizza la vita di un figlio di Dio.

Non posso evitare un certo disagio quando qualcuno, parlando del suo lavoro, si dà l’aria di vittima e afferma che gli assorbe chissà quante ore, quando, in realtà, non svolge neppure la metà del lavoro di molti suoi compagni di professione che, in fin dei conti, forse si muovono solo per motivi egoistici o, quanto meno, meramente umani. Tutti noi qui presenti, in dialogo personale con Gesù, svolgiamo un’occupazione ben precisa: medico, avvocato, economista… Pensate un momento ai vostri colleghi che emergono per prestigio professionale, per onestà, per spirito di servizio: non dedicano molte ore del giorno – e anche della notte – al loro compito? Non abbiamo niente da imparare da loro?

61. Dobbiamo evitare lo sbaglio di ritenere che l’apostolato si riduca alla testimonianza di qualche pratica di pietà. Tu e io siamo cristiani, ma nello stesso tempo, e senza soluzione di continuità, siamo cittadini e lavoratori, con dei doveri ben chiari che dobbiamo compiere in maniera esemplare, se vogliamo santificarci davvero. Gesù stesso ci stimola: Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5, 14-16).

Il lavoro professionale – qualunque esso sia – diventa la lucerna che illumina i vostri amici e colleghi. Ripeto pertanto ai membri dell’Opus Dei, e l’affermazione vale anche per tutti voi che mi ascoltate: se mi dicono che Tizio è un buon figlio mio – un buon cristiano –, ma un cattivo calzolaio, che me ne faccio? Se non si sforza di imparare bene il suo mestiere, o di esercitarlo con cura, non potrà santificarlo né offrirlo al Signore; perché la santificazione del lavoro quotidiano è il cardine della vera spiritualità per tutti noi che – immersi nelle realtà terrene – siamo decisi a coltivare un intimo rapporto con Dio.

62. Lottate contro l’eccessiva comprensione che ciascuno prova verso di sé: siate esigenti con voi stessi! Talvolta pensiamo troppo alla salute; al riposo, che peraltro non deve mancare, perché è necessario per ritornare al lavoro con rinnovate energie. Ma il riposo – come ho scritto tanto tempo fa – non consiste nel non far nulla: consiste nel distrarci con attività che richiedono meno sforzo.

Altre volte, con falsi pretesti, ce la prendiamo troppo comoda, dimentichiamo la benedetta responsabilità che pesa sulle nostre spalle, ci accontentiamo di salvare la faccia, ci lasciamo trascinare da “ragioni senza ragione” per restare con le mani in mano, mentre Satana e i suoi complici non vanno mai in ferie. (…)

68. Forse ti domandi: ma come farò a comportarmi sempre con questo spirito, a portare a termine con perfezione il mio lavoro professionale? La risposta non è mia, è di san Paolo: Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti. Tutto si faccia tra voi nella carità (1 Cor 16, 13-14). Fate tutto liberamente e per Amore: non date mai spazio alla paura o all’abitudinarismo; servite Dio nostro Padre. (…)

72. Fratelli miei carissimi – è ancora la voce di san Paolo –, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore (1 Cor 15, 58). Vedete? Nello svolgere il nostro compito, decisi a santificarlo, entra in gioco tutto un contesto di virtù: la fortezza, per perseverare nel lavoro, nonostante le naturali difficoltà, e per non lasciarsi mai vincere dal suo peso; la temperanza, per spendersi senza riserve superando la comodità e l’egoismo; la giustizia, per compiere i nostri doveri verso Dio, verso la società, la famiglia, i colleghi; la prudenza, per sapere in ogni circostanza che cosa conviene fare e metterci all’opera senza indugi… E tutto, insisto, per Amore, con il senso vivo e immediato della responsabilità del frutto del nostro lavoro, e della sua portata apostolica.

Le opere sono amore, non i bei ragionamenti, dice un proverbio, e non occorre aggiungere parole.

O Signore, concedici la tua grazia. Aprici la porta della bottega di Nazaret, affinché impariamo a contemplare Te, la tua santa Madre Maria e il santo patriarca Giuseppe – che tanto venero e amo –, tutti e tre dedicati a una vita di lavoro santo. I nostri poveri cuori si sentiranno scossi: ti cercheremo e ti troveremo nel lavoro quotidiano, che Tu vuoi che trasformiamo in opera di Dio, in opera d’Amore.

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