Contro il Dirigismo Tecnocratico: Libertà, Responsabilità e Umiltà nell’Economia Contemporanea
L’economia diviene pienamente comprensibile solo quando è restituita alla sua natura propriamente umana: ambito di libertà, responsabilità e interpretazione. In questa chiave, il mio nuovo libro, Hermeneutical Political Economy, mostra una sorprendente convergenza con la dottrina sociale della Chiesa, la quale ha sempre diffidato tanto del collettivismo centralizzato quanto della tecnocrazia moderna, riconoscendo che senza rischio non vi è dignità, senza libertà non vi è creatività, e senza sussidiarietà non vi è persona. La critica cattolica al dirigismo non nasce da motivi economici, ma da una antropologia della libertà. L’idea di un ordine economico spontaneo — generato dal basso, fragile e imprevedibile — non è lontana dalla sussidiarietà, che tutela la creatività contro l’esproprio della pianificazione. In tale prospettiva, la politica economica richiede umiltà più che presunzione, prudenza più che ingegneria, discernimento più che pretesa di controllo.
Hermeneutical Political Economy (pubblicato da Monolateral) non è un manuale né un trattato tecnico di policy. È, piuttosto, un intervento intellettuale che mira a restituire al pensiero economico la sua dimensione interpretativa. Comprendere l’economia significa comprendere l’uomo: non un apparato meccanico governabile dall’alto tramite formule e dashboard, ma un tessuto di significati, aspettative, intuizioni e scoperte che emergono dalla libertà creativa di soggetti finiti, fallibili e irriducibilmente diversi.
La modernità economica non ha peccato in eccesso di statistica, ma in eccesso di hybris: ha trasformato gli strumenti di misura in strumenti di dominio, immaginando di poter eliminare l’incertezza dalla vita collettiva e sostituire la prudenza con la programmazione. Da un punto di vista cattolico, questo è un nodo decisivo. La dottrina sociale ha spesso guardato con sospetto le ambizioni centralistiche — che fossero totalitarie nel XX secolo o tecnocratiche nel XXI — perché la soppressione del rischio coincide con la soppressione della responsabilità, e quindi della dignità.
L’economia, ricordava Pio XI in Quadragesimo Anno, è una “forma di vita” prima che un apparato; e Giovanni Paolo II in Centesimus Annus riconduce al cuore dell’ordine economico l’antropologia della libertà e il principio di sussidiarietà. Non è un caso che Hermeneutical Political Economy assuma l’interpretazione come categoria economica di primo ordine: l’imprenditore interpreta segnali, il consumatore interpreta bisogni, le istituzioni interpretano conflitti e aspettative. Il mercato non è una macchina, ma un processo di scoperta.
Qui risuona, quasi in controluce, la visione cattolica della sussidiarietà: ciò che può essere generato dal basso non deve essere espropriato dall’alto, per una ragione non solo economica ma antropologica. La pianificazione centralizzata presuppone che la conoscenza sia concentrabile e che l’ordine sociale possa essere dedotto e imposto come un teorema. La Chiesa ha sempre colto l’errore antropologico prima di quello economico: l’illusione dell’uomo onnisciente e autosufficiente.
Il libro insiste su una dimensione oggi quasi rimossa: la tragicità dell’agire umano. L’economia contemporanea tenta di dissolvere la tragedia nella previsione statistica: ciò che non si può calcolare viene rubricato come rischio, e ciò che sfugge al rischio viene trattato come errore. Ma la libertà è più del rischio: è possibilità del nuovo, dell’imprevisto, dell’invenzione. Una società che bandisse il tragico in nome della sicurezza assoluta sarebbe una società senza impresa e senza storia. Non stupisce che l’economia dell’innovazione abbia bisogno della fortitudo, il coraggio di agire senza garanzie.
Da qui scaturisce la categoria forse più inattesa dell’intero volume: l’umiltà. La politica economica non è applicazione meccanica di teorie, ma arte prudenziale. La distinzione tomista tra scientia e prudentia illumina bene il punto: la prima sa, la seconda agisce. Governare non è dedurre, ma discernere; e il discernimento esige il riconoscimento del limite. Senza umiltà, la politica economica oscilla tra ideologia e dispotismo amministrativo: nulla è più anti-cattolico di un potere che pretende di sostituire la Provvidenza con la pianificazione.
La critica cattolica al centralismo non coincide con un elogio del laissez-faire, ma con la consapevolezza che l’ordine economico nasce dall’incontro di libertà finite che cooperano e confliggono in uno spazio aperto. Tale ordine necessita di istituzioni — la dottrina sociale non lo nega — ma di istituzioni che abilitino la libertà anziché soffocarla. Dove Ferlito parla di un “policy mix” che interviene sui contesti più che sui risultati, la dottrina sociale parla di sussidiarietà, il nome teologico della medesima intuizione.
In un’epoca segnata dal ritorno dei grandi piani industriali, dalla rinascita del sovranismo economico e dall’illusione tecnocratica di governare la complessità tramite algoritmi e target, Hermeneutical Political Economy ricorda una verità antica: l’uomo non è un ingranaggio. La libertà non è una complicazione da risolvere, ma la condizione della creatività. Lo Stato non è architetto del sociale, ma custode delle condizioni di possibilità dell’ordine spontaneo. E la politica, se vuole dirsi realmente economica, deve apprendere l’umiltà prima ancora dell’efficienza.
Non si tratta di un nuovo paradigma tecnico. È, più radicalmente, un invito a re-umanizzare l’economia e il pensiero politico: riconoscere che la libertà è un rischio che vale la pena correre, perché da quel rischio nascono responsabilità, innovazione e — in ultima analisi — dignità.
Carmelo Ferlito