Il societismo – Prima dello Stato, la società

E se avessimo dimenticato che prima dello Stato esiste una realtà più originaria: la società? Ovverosia, un insieme di persone quali “soggetti in relazione”, legate da vincoli sociali e non riducibili a entità isolate.
Da decenni il dibattito pubblico si concentra sulla dialettica tra Stato e individuo.
Si discute di quanta competenza debba avere il potere pubblico, di quali spazi di autonomia debbano essere riconosciuti alla persona, di come bilanciare autorità e libertà.
Raramente però ci si interroga su ciò che rende possibile tanto l’autorità quanto la libertà: la trama di relazioni sociali che precede e fonda entrambe.
Il presupposto implicito, spesso non dichiarato, è che la società sia una conseguenza, un effetto dell’ordinamento giuridico o delle decisioni politiche. Prima vengono le istituzioni; la società si adatta.
Il societismo rovescia questa prospettiva. Prima viene la società. Lo Stato non la crea: la riconosce. L’individuo non esiste come monade isolata: vive sempre dentro relazioni originarie.

Nel lessico politico contemporaneo il termine “societismo” (in spagnolo, sociedalismo) suona inconsueto. Eppure, proprio per questo, esso può diventare una chiave interpretativa per comprendere le tensioni tra Stato, individuo e corpi intermedi nel nostro tempo.

L’espressione è legata al pensiero di Juan Vázquez de Mella (1861-1928), tra i maggiori teorici del tradizionalismo spagnolo tra Otto e Novecento e fine oratore parlamentare. Un recente articolo di Gianandrea de Antonellis per l’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha riportato al centro dell’attenzione questa prospettiva d’analisi, offrendoci l’occasione per un approfondimento.

L’intuizione di Juan Vázquez de MellaIl societismo non è un termine alla moda; non appartiene al linguaggio comune della modernità né a quello dell’economia o della tecnica giuridica. Come si è detto, il termine è legato al pensiero di Juan Vázquez de Mella il quale nelle sue opere – come Las formas del gobierno e La monarquía tradicional – sviluppa una concezione organica della società.
Per lui la società non nasce da un contratto stipulato tra individui isolati, come suggeriva una certa modernità politica. Essa è un dato originario, radicato nella natura dell’uomo. L’essere umano non è una monade autosufficiente; è, per dirla con la tradizione aristotelico-tomista, un animal sociale et politicum.
Da qui la conseguenza decisiva: lo Stato non crea la società, ma la riconosce. Non la produce, ma la serve. Famiglia, municipi, associazioni professionali, corporazioni, realtà culturali: non sono concessioni del potere politico, bensì espressioni della natura sociale della persona. Sono anteriori allo Stato, anche quando lo Stato tende a dimenticarlo.
Come evidenzia Gianandrea de Antonellis nel richiamato articolo «attualmente, è lo Stato che riconosce i vari enti a lui sottostanti e determina le regole con cui essi devono agire; in passato avveniva esattamente il contrario: i vari corpi intermedi locali concorrevano, assieme ai capi di famiglia, alla formazione delle istituzioni locali, partendo dal Comune (cioè i rappresentanti di tali corpi formavano il consiglio municipale); quindi i Comuni si aggregavano in Province e queste in Regioni, per poi realizzare il Regno (lo Stato), che esisteva in quanto riconosciuto dai corpi che lo avevano formato e non viceversa. Insomma, il Regno nasceva dal basso e non veniva imposto dall’alto. Infatti i Re, al momento di insediarsi sul trono, dovevano giurare di rispettare i diritti locali – in Italia si chiamavano privilegi (da privata lex, legge particolare); in Spagna si chiamavano fueros – ed esisteva una formula di giuramento dei rappresentanti delle città e villaggi del Regno che prevedeva di liberarli dall’obbedienza se il Re non avesse rispettato detti privilegi.Parimenti, le leggi sorgevano dal basso, attraverso il riconoscimento degli usi e delle consuetudini, e non venivano imposte arbitrariamente dall’alto.Restituire valore politico agli enti che svolgono un ruolo sociale (iniziando dall’avere voce nei consigli comunali) è appunto il fine del societismo».

Una consonanza profonda con la Dottrina sociale della ChiesaQuesta impostazione trova un’eco evidente nella Dottrina sociale della Chiesa.
Quando Leone XIII pubblica la Rerum Novarum, difende il diritto naturale di associazione contro ogni forma di statalismo assorbente. Quando Pio XI, con la Quadragesimo Anno, formula il principio di sussidiarietà, chiarisce che ciò che le comunità minori possono fare non deve essere sottratto loro per essere accentrato a livello superiore.
Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa lo dirà con limpidezza: i corpi intermedi sono espressione diretta della natura sociale della persona.
La Chiesa non parla di “societismo” come dottrina politica, ma riconosce che la società è strutturalmente articolata e che la sussidiarietà è un principio di giustizia, non un’opzione tecnica. In questo senso, il societismo può essere letto come una lente interpretativa coerente con tale visione.

Societismo e analisi economiaIl societismo può diventare una categoria interpretativa capace di illuminare il presente, anche nelle sue implicazioni economiche. Ogni economia, infatti, vive di presupposti che non produce da sola: fiducia, lealtà, senso di responsabilità, relazioni stabili. Questi elementi non nascono nei decreti né nelle procedure; nascono nella società.
Quando i corpi intermedi si indeboliscono, qualcosa si spezza. Lo Stato tende allora a espandersi per colmare i vuoti, ma finisce spesso per riempirli di burocrazia.
Pensiamo al welfare. Quando le reti familiari e solidaristiche si assottigliano, la risposta immediata è l’ampliamento dell’intervento pubblico: sussidi, trasferimenti, regolamentazioni. Il sostegno economico è talvolta necessario, ma non ricostruisce legami. Una società che delega interamente allo Stato la cura dei fragili finisce, paradossalmente, per indebolire la propria capacità di prendersi cura.
Oppure guardiamo all’organizzazione dello Stato. Quando ogni decisione viene accentrata, il territorio si riduce a periferia amministrativa. Ma una comunità non è una semplice circoscrizione geografica: è un luogo di identità, responsabilità e partecipazione. Il municipium non è un ente subordinato per natura, ma una realtà costitutiva dell’ordine politico.
Il societismo invita a riconoscere la centralità del tessuto sociale. Se quel tessuto si lacera, nessuna pretesa di onnipotenza legislativa potrà davvero ricucirlo.
Non si tratta di nostalgia corporativa né di rifiuto della modernità. Si tratta di riconoscere un ordine antropologico nel quale le comunità naturali e storiche costituiscono il fondamento dell’ordine politico.
De Mella metteva in guardia contro l’“unità rigida e simmetrica del centralismo”, che uniforma e inaridisce. L’unità autentica non nasce dall’omologazione, ma dall’armonia di realtà diverse, ordinate secondo una legge morale comune.
Quando la società viene compressa, lo Stato tende a dilatarsi. Quando i corpi intermedi si indeboliscono, l’individuo resta più esposto e isolato.
Il societismo invita a recuperare una consapevolezza essenziale: l’ordine politico vive di una realtà che non ha prodotto. La bellezza della vita sociale nasce dalla varietà feconda delle comunità, non dalla loro uniformazione.
In un’epoca segnata da centralizzazione normativa, tecnocrazia e frammentazione sociale, la parola “societismo” suona come una provocazione. Non offre una formula tecnica, ma pone una domanda radicale: stiamo costruendo istituzioni che rafforzano la società o la stanno progressivamente sostituendo?
Perché quando la società viene espropriata delle sue funzioni – educative, professionali, solidaristiche – il prezzo non è soltanto politico. È economico, culturale e, in ultima analisi, umano.

Filippo

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