Che cosa distingue un investitore da un usuraio? E quando il denaro, anziché creare ricchezza, diventa uno strumento di potere? Domande che sembrano appartenere alla business ethics di oggi, ma che Dante si poneva già nella Firenze medievale. Oggi, tra finanza speculativa, rendite, credito e imprese in affanno, il tema è tornato al centro del dibattito. Non è una disputa fra capitalismo e anticapitalismo, ma si tratta di distinguere il profitto legittimo dall’arricchimento senza responsabilità: remunerare il capitale che finanzia un’attività significa condividerne il rischio e concorrere a creare ricchezza; che è cosa diversa dal pretendere un rendimento che prescinda da ciò che si produce e dai costi scaricati sugli altri. Dove passa la linea che separa il profitto dalla rendita, l’investitore dall’usuraio, la finanza al servizio dell’impresa dall’impresa al servizio della finanza? Nicola Lorenzo Barile, nel volume appena uscito per le Edizioni dal Sud, Dante e la scoperta della Natura, queste domande non le fa cadere. E lascia che sia questo visionario trecentesco a darne risposta. Un libro, dietro un titolo apparentemente specialistico, che nasconde una riflessione economica di sorprendente attualità. Vediamolo insieme.
* * *
La condanna dell’usura. Che il denaro non generi denaro lo aveva detto Aristotele, che chiamò l’interesse tókos (parto) e lo giudicò il più contrario a natura dei modi di arricchirsi; più tardi Tommaso, spiegò perché: quando si presta denaro, chi lo riceve può spenderlo, ma deve restituire una somma equivalente. Chiedere anche un compenso per il suo utilizzo significava, secondo l’Aquinate, far pagare due volte la stessa cosa. Diversamente dall’affitto di una casa, dove il proprietario può concederne l’uso senza perdere il bene, che gli viene restituito. Il denaro, invece, si consuma quando viene speso. Dante lo sapeva bene e lo spiegò nell’Inferno, dove usura e sodomia, pur essendo peccati distinti, condividono una medesima colpa: la violenza contro la natura. Ecco in estrema sintesi la condanna medievale dell’usura.
La natura della ricchezza. Questo studio colloca la dottrina economica dentro una ricostruzione più ampia, dove denaro, natura e politica smettono di essere materie separate e diventano un solo argomento. La domanda pertanto non è se l’uomo possa essere ricco o meno, ma se la sua attività rispetti o contraddica la natura. E la risposta di Dante, nel canto XI, sta nell’origine del denaro e non nel divieto di possederlo. Qui Virgilio spiega che la natura discende dall’intelletto divino e dalla sua arte, che l’arte dell’uomo segue la natura come il discepolo il maestro, «sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote», e che da queste due, natura e arte, Genesi alla mano, «convene / prender sua vita e avanzar la gente». L’usuriere «altra via tene», e perciò «per sé natura e per la sua seguace / dispregia, poi ch’in altro pon la spene». Si legga con attenzione il verbo: avanzare. L’uomo non è chiamato a conservare l’esistente come il custode di un museo; è chiamato, con l’intelligenza, il lavoro e la tecnica, a trasformare la natura e a esprimerne le potenzialità. Il Dante di Barile non diffida dell’arricchimento: diffida dell’arricchimento che salta la catena produttiva, che pretende il frutto senza l’albero; della moneta che figlia senza che nessuno abbia lavorato, costruito, rischiato. Nel canto XVII le tasche appese al collo portano gli stemmi dei Gianfigliazzi, degli Ubriachi, degli Scrovegni. È il denaro impuro – e dunque, condannato – delle grandi casate.
Profitto, rischio e giustizia. Dante non condanna l’usura soltanto perché danneggia la società, ma in quanto contraddice l’ordine naturale delle cose. Sia ben chiaro, la condanna medievale dell’usura riguardava il prestito di denaro a interesse, non soltanto la richiesta di interessi eccessivi, come intendiamo oggi. Questo però non significa condannare il credito moderno: una finanza ispirata alla tradizione cattolica riconosce – a differenza della finanza islamica, i sukuk per intenderci – il legittimo guadagno di chi presta o investe denaro, purché rispetti la giustizia, non sfrutti il bisogno altrui e contribuisca alla crescita delle persone e delle imprese. La contro-lettura di Barile non trasforma il poeta trecentesco in un liberista, ma ci aiuta a distinguere il profitto legittimo dalla rendita senza responsabilità. Recuperando una certa benevolenza di Dante nei confronti del sistema creditizio medievale. La questione non è guadagnare, ma identificare chi assume i rischi e chi ne paga le conseguenze. La crisi del 2008 lo ha dimostrato, quando i profitti sono andati ai privati e le perdite sono state scaricate sulla collettività. Questo passaggio rimette in circolo ciò che la modernità sembra aver dimenticato: esiste un ordine nel Creato anteriore alla volontà del singolo. Qui la natura non è materia indefinitamente plasmabile e l’uomo non è il creatore assoluto dei propri fini; c’è un ordine che precede il volere dell’individuo e quello del Principe, l’autorità di governo temporale. In altre parole, l’economia deve rispettare la giustizia, che non dipende dalla volontà degli uomini. Il problema, dunque, non è la ricerca del profitto, ma la pretesa che ogni guadagno sia legittimo, indipendentemente dalle conseguenze che produce.
La proprietà e i limiti. Esistono beni, responsabilità e limiti che precedono il contratto e precedono la legge positiva: è il criterio che Dante applica alla politica quando nella Monarchia, afferma che la Provvidenza ha proposto all’uomo due fini, uno dei quali da conseguire quaggiù e che nessuna autorità crea né può abolire. La Dottrina sociale della Chiesa dice lo stesso ma in prosa: riconosce alla proprietà privata una funzione positiva, come prolungamento della libertà della persona. Senza tuttavia ritenerla «assoluta e intoccabile». E al contempo richiama la responsabilità verso gli altri e il dovere di valorizzare i beni in modo produttivo. Questa visione interroga sia chi difende il libero mercato sia chi sostiene l’intervento dello Stato, riconoscendo la libertà d’impresa ma ricordando che ogni attività economica deve rispettare la giustizia e il bene comune.
Credito, sviluppo e rischio sussidi. Prendiamo come esempio le politiche stataliste a supporto delle aree depresse: da un lato, decenni di sussidi pubblici che non sempre hanno prodotto sviluppo; dall’altro, l’usura che soffoca artigiani e imprese quando viene meno l’accesso al credito. Né i sussidi pubblici, quando sostituiscono anziché favorire l’iniziativa economica, né il solo divieto delle pratiche usurarie possono generare sviluppo: occorrono condizioni che rendano il credito accessibile, tutelino la libertà d’impresa e favoriscano la nascita di istituzioni finanziarie radicate nelle comunità e capaci di sostenere chi lavora, investe e assume rischi. Servono corpi intermedi capaci di sostenere chi lavora e investe. Ne sono stati un esempio i Monti di pietà, nati nel Quattrocento per iniziativa francescana, e lo sono state le successive casse rurali e banche popolari, che offrivano credito attraverso istituzioni vicine alle comunità.
Una dinamica che rischia oggi di ripetersi anche in Europa e nei Paesi a basso reddito: misurare il successo delle politiche economiche dalla quantità di denaro pubblico distribuito, anziché dalla ricchezza e dalle imprese che riescono a generare. Un limite che ha segnato molte politiche di sostegno al Mezzogiorno e che anche le ZES devono evitare: sostituire l’iniziativa privata con i sussidi, invece di creare le condizioni per investire, produrre e lavorare.
Epilogo: bene e denaro. La conclusione che ricaviamo da questo breve excursus è che Dante non risulta essere né un liberista né un distributivista. Tra l’altro, categorie economiche e politiche che ai suoi tempi non esistevano, tanto meno nei termini in cui le intendiamo oggi. La sua riflessione va oltre queste contrapposizioni e pone una questione più profonda: l’origine della ricchezza, il suo uso e il fine al quale deve servire. A Betania una donna versa sui piedi del Signore una libbra di nardo prezioso e Giuda protesta che lo si sarebbe potuto vendere per trecento denari e darli ai poveri; l’evangelista Giovanni annota che lo diceva non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e tenendo la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Anche qui si tratta di una ricchezza sottratta al proprio scopo e piegata alla ricchezza personale, con la pretesa di amministrarla per conto d’altri. Dante ha collocato gli usurai nel settimo cerchio con la borsa al collo e Giuda nella bocca di Lucifero, in luoghi tanto terribili quanto lontani da Dio. Entrambi però hanno la stessa colpa d’origine, perché l’uno pretende che il denaro frutti a dismisura a discapito altrui; l’altro – almeno formalmente – che faccia pauperismo caritativo. Insomma, tutti e due chiedono al denaro ciò che il denaro non può dare secondo quanto iscritto nell’ordine della natura. La lezione che ne ricaviamo è questa: Dante non insegna a diffidare della ricchezza, ma a diffidare di una società che ha smesso di domandarsi da dove venga la ricchezza, come sia prodotta e a quale fine sia destinata. Il denaro è un mezzo. Chi lo scambia per un fine se lo porta al collo, e prima o poi qualcuno gliene presenta il conto.
Roberto Manzi
Author | PhD, Communication Sciences | Lic. Dogmatic Theology