Cuba, i vescovi e il silenzio sul comunismo. Un’occasione mancata
Il 15 giugno 2025, la Conferenza Episcopale Cubana ha pubblicato una lettera pastorale intitolata “Peregrinos de la Esperanza” (“Pellegrini della Speranza”). Nel documento, i vescovi delineano con toni pacati ma preoccupati il drammatico stato di crisi che attanaglia l’isola: penuria alimentare, black-out ricorrenti, inflazione galoppante, e un esodo giovanile senza precedenti. “Privi di amore e privi di speranza”, scrivono, lanciando un appello alla responsabilità collettiva.
Ma qualcosa, nella loro diagnosi, manca. E lo segnala con nettezza l’articolo pubblicato da Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP) il 10 luglio 2025, dal titolo emblematico: “La Conferenza episcopale cubana non condanna la vera causa delle sofferenze di Cuba: il comunismo” (qui). Un’accusa che colpisce nel cuore il documento episcopale, il quale, pur descrivendo con lucidità le ferite sociali ed economiche dell’isola, si astiene dal nominare il regime ideologico che da oltre sessant’anni ne determina l’architettura politica, economica e spirituale: il comunismo.
LA REALTÀ SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI
Cuba sta vivendo l’ennesima ondata emigratoria di massa: giovani famiglie, professionisti, lavoratori abbandonano l’isola nella disperazione. Le condizioni di vita sono ai limiti della sopravvivenza. Come denuncia lo stesso documento pastorale, l’affannosa ricerca di beni primari colpisce milioni di cubani; la rete elettrica collassa con frequenza crescente impedendo il riposo e paralizzando lo studio e il lavoro; i servizi sanitari sono ridotti all’osso.
Eppure, in tale quadro, come osserva TFP, i vescovi scelgono la via dell’omissione ideologica, limitandosi a invocare generici “cambiamenti di rotta” e un “dialogo sincero”: anche “con i comunisti”?
UN SILENZIO CHE PESA
È proprio questo silenzio che suscita interrogativi profondi alla luce della dottrina sociale della Chiesa. Non solo perché, come ricorda Papa Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris (1937), il comunismo è «intrinsecamente perverso» e «non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana» (n. 58), ma anche perché la stessa dottrina sociale offre ai pastori criteri chiari per leggere i fenomeni storici e sociali: la centralità della persona, il diritto alla proprietà privata, la sussidiarietà, la libertà religiosa ed economica, il bene comune.
In questo senso, non riconoscere apertamente il fallimento storico, morale ed economico del comunismo in terra cubana appare come una grave omissione pastorale.
LA LEZIONE DI CLARET E GIOVANNI PAOLO II
Non si tratta di mere questioni politiche, bensì di fedeltà alla verità.
Come ci ricorda la TFP, lo sapeva bene Sant’Antonio Maria Claret, l’instancabile missionario vissuto a Cuba tra il 1850 e il 1860, che già nel 1859 ebbe rivelazioni profetiche di tre grandi mali che avrebbero afflitto l’umanità in futuro: (i) una serie di guerre enormi, devastanti e inimmaginabili che stavano per scoppiare; (ii) quattro potenti demoni sarebbero stati liberati sulla terra e avrebbero diffuso il piacere, l’amore per il denaro, il falso ragionamento e una volontà separata da Dio; (iii) l’ascesa del comunismo sarebbe diventata il più grande avversario dell’umanità: solo il ritorno a Dio, all’adorazione eucaristica e alla preghiera del Rosario avrebbe potuto salvare l’umanità.
Lo ribadì anche San Giovanni Paolo II, durante la storica visita del 1998, quando – pur nei limiti imposti dal regime – richiamò con forza il diritto alla libertà e la centralità della persona, ricordando «che il mondo si apra a Cuba e che Cuba si apra al mondo».
Oggi, a distanza di quasi trent’anni, quelle parole risuonano profetiche. E lasciano l’amaro in bocca se confrontate con la vaghezza del messaggio odierno della Chiesa locale.
LA NECESSITÀ DI UNA DIAGNOSI COMPLETA E IL DOVERE PROFETICO DELLA CHIESA
La denuncia delle sofferenze di Cuba da parte dell’Episcopato Cattolico – pur sincera – rischia di restare sterile se non si ha il coraggio di indicare le radici del male. Non si può curare una ferita ignorandone la causa. Il comunismo non è solo un sistema economico fallito: è una negazione radicale della libertà dell’uomo, della trascendenza della persona, della responsabilità individuale, della proprietà come strumento di giustizia.
Eppure, la lettera “Peregrinos de la Esperanza” si limita a invocare un generico “dialogo” che pare quasi legittimare l’ideologia dominante. Così facendo, si corre il rischio di sacrificare la verità sull’altare del compromesso.
È invece dovere della Chiesa custodire la verità sull’uomo, che è il cuore della dottrina sociale della Chiesa.
FEDELTÀ ALLA VERITÀ E ALLA SPERANZA
I vescovi cubani hanno scelto di parlare alla loro gente con toni miti e parole di speranza. Ma la speranza cristiana non è un anestetico morale: è un atto profondo di verità e di carità. Una Chiesa fedele alla sua missione non può tacere davanti all’errore. Non per spirito di polemica, ma per amore alla giustizia.
Come recita il canone 747 del Codice di Diritto Canonico «è compito della Chiesa annunciare sempre e dovunque i princìpi morali anche circa l'ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigono i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime».
La verità sul dramma cubano non può essere mutilata. Solo una parola che congiunge compassione e verità potrà aprire davvero la strada alla redenzione.
Filippo