Riti quotidiani e bene comune. Per un’antropologia termodinamica dell’economia

Che l’economia possa costituire un ambito autonomo, regolato da meccanismi propri e indipendente dalla qualità morale degli uomini che la esercitano, è una finzione teorica smentita dall’esperienza stessa delle società avanzate, la cui instabilità strutturale, illustrata dalle loro volatilità finanziarie, dalla tangibile erosione della fiducia malgrado la ricerca di un “Rule of the Law” per compensarla, dalla contrazione sistematica del tempo, dalla trasformazione dell’impresa in meccanicistico dispositivo estrattivo, rivela con evidenza che nessun ordine economico si sostiene se l’agente che lo abita perde consistenza.

L’economia contemporanea non fonda l’uomo che presuppone, ma lo consuma fino al suo midollo. Ogni sistema di scambio vive di un capitale sociale morale preliminare che non produce – ma è composto – di affidabilità, di lealtà, di disciplina, come anche di capacità di rinviare l’utile immediato. E che, una volta eroso, nessuna ingegneria istituzionale supplisce al difetto originario. Così come nessuna tecnica mantiene a lungo stabile una struttura la cui materia abbia perduto coesione, cioè che da organo è divenuto un semplice elemento meccanico da sfruttare e da intercambiare quando necessario. In realtà, la questione economica precede dunque la tecnica esattamente come l’essere precede l’operare.

La tradizione classica aveva descritto questa priorità dell’essere mediante la nozione di habitus, ossia di disposizione stabile dell’agire, grazie alla quale l’azione cessa di essere episodica e diventa forma dell’agente; ed è in questo senso che l’Aquinate definisce la virtù come configurazione ontologica prima ancora che come scelta psicologica (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I–II, qq. 49–55). Solo ciò che è stabile è affidabile; solo ciò che è affidabile coopera; solo la cooperazione genera prosperità. Ne segue che la ricchezza non è causa della virtù, ma suo effetto: il mercato, come ha ricordato la Centesimus Annus, funziona soltanto all’interno di un tessuto morale che esso stesso non crea; privo di tale tessuto, la libertà economica degenera inevitabilmente in arbitrio e l’iniziativa in predazione (San Giovanni Paolo II, Centesimus Annus (1991), §§ 32–36).

Considerata a un livello più radicale, la dinamica economica obbedisce ad una legge che la fisica ha formulato con maggiore chiarezza delle scienze sociali: ogni sistema, lasciato a sé, tende alla dispersione. L’ordine non è spontaneo, la dissipazione sì. Anche le comunità umane seguono questa tendenza: senza un apporto continuo di “energia” morale i legami si allentano, le promesse perdono peso, le istituzioni si svuotano, la cooperazione si frammenta. Esse seguono, cioè, un processo entropico di perdita di forma. La prosperità, nel senso di tale processo entropico, non è allora accumulazione di beni, ma capacità di trattenere e concentrare energia in strutture stabili, cioè una neghentropia sociale, una entropia al negativo. Orbene, tale energia non nasce né dall’interesse né dal calcolo, ma dalla lenta educazione dell’agire; e questa educazione, in tutte le civiltà durevoli, è avvenuta attraverso pratiche ripetute piuttosto che mediante teorie, cioè attraverso forme che potremmo chiamare rituali.

Il rito, inteso antropologicamente, opera come principio di forma: mediante la reiterazione disciplinata del gesto e del tempo imprime al corpo una stabilità che precede la riflessione e che, sedimentandosi, diventa carattere. Addirittura, anche la saggezza di Confucio – se vogliamo indagare in altri contesti di pensiero – lo aveva riconosciuto, assegnando all’esercizio rituale il compito di fondare l’ordine morale (Confucio, Lunyu (Dialoghi), II, 3); la tradizione cristiana ha perfezionato il rito, strutturando l’esistenza attraverso liturgia e tempi sacri, consapevole che l’anima si forma più per fedeltà reiterata che per intenzione episodica.

Il rito concentra, e concentrare significa ordinare; ordinare significa ridurre entropia: in tal senso esso funziona come dispositivo neghentropico: esso trattiene l’energia morale, stabilizza l’agente, rende possibile quella continuità dell’azione senza la quale nessuna cooperazione economica può sussistere. La virtù che ne deriva costituisce così l’unico capitale che non si deprezza nell’uso, ma si accresce proprio nell’esercizio, ampliando la capacità futura di generare ordine. Anche nei contesti aziendali, le grandi norme internazionali di controllo di qualità tendono, in un certo qual modo, a ritualizzare processi economici e tecnici con il chiaro scopo di renderli stabili ed apprezzabili.

L’economia reale si rivela così essere, al suo livello più profondo, una termodinamica della virtù cioè una conversione indiretta di energia morale accumulata in stabilità produttiva. Ogni riforma puramente tecnica, legale o finanziaria, rimane pertanto superficiale, poiché senza forma interiore non vi è affidabilità, senza affidabilità non vi è fiducia, e senza fiducia non vi è bene comune. Prima di modificare i sistemi occorre restaurare le pratiche rituali che formano l’agente. Ovvero quei ritmi, quelle fedeltà, quei riti quotidiani che, pur invisibili ai bilanci, sostengono l’intero edificio sociale, giacché è in essi che si decide, silenziosamente, la possibilità stessa della prosperità. E non c’è bisogno di aspettare lo Stato, Confindustria o altre grandi lobbies per cominciare a farlo lì dove operiamo economicamente e socialmente.

Gaëtan Cantale-Miège
Author| PhD, Master of Science

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