Miseria e povertà: una prospettiva di Dottrina Sociale della Chiesa

Povertà e miseria sono spesso usate come sinonimi nel linguaggio comune; tuttavia, la Dottrina Sociale della Chiesa ha da tempo mantenuto una distinzione netta tra le due. Pur essendo correlate, esse rimandano a realtà diverse e sollevano questioni morali differenti. Confonderle oscura la vera natura della sofferenza umana e gli obblighi che ne derivano.

La povertà si riferisce tradizionalmente alla mancanza dei beni materiali necessari per una vita dignitosa. È una condizione segnata da scarsità, insicurezza e limitazione. Tuttavia, la povertà, di per sé, non annienta la dignità umana. La storia offre molti esempi di individui e famiglie che hanno vissuto in povertà preservando l’integrità morale, i legami sociali e una vita interiore significativa. La povertà può essere sopportata, anche quando è ingiusta.

La miseria è di tutt’altro ordine. La miseria inizia quando la privazione materiale diventa così grave o così minacciosa da far sì che la sopravvivenza domini l’esistenza umana. Quando la paura governa le decisioni, la dignità si erode. L’individuo non agisce più liberamente, ma reagisce sotto pressione. In tali condizioni, la responsabilità morale è limitata non dall’ignoranza del bene, ma dal restringimento delle scelte realmente praticabili. La miseria, quindi, non è semplicemente privazione materiale: è un attentato alla dignità umana.

Questa distinzione è già formulata con precisione da san Tommaso d’Aquino. Nella Summa Theologiae (Secunda Secundae, questione 66, articolo 7), Tommaso spiega che nei casi di estrema necessità le norme morali ordinarie che regolano la proprietà sono sospese, perché la conservazione della vita ha la precedenza. Egli scrive che, quando una persona si trova in urgente necessità, prendere ciò che è necessario alla sopravvivenza non costituisce furto, poiché i beni esistono per il sostentamento della vita umana. L’argomentazione di Tommaso poggia su un’intuizione più profonda: la privazione estrema altera la responsabilità morale perché mina le condizioni ordinarie richieste per un’azione libera e razionale. La povertà può coesistere con la virtù; la miseria la compromette.

La Dottrina Sociale della Chiesa applicherà in seguito questa intuizione tomista alle strutture sociali ed economiche. Nella Rerum Novarum (1891), papa Leone XIII condanna gli assetti sociali che espongono i lavoratori a condizioni incompatibili con la dignità umana, riducendoli a strumenti di produzione invece di riconoscerli come persone. È la miseria, non la povertà, a essere individuata come il vero scandalo morale.

Storicamente, il rapporto tra povertà e miseria seguiva una progressione chiara. Una povertà prolungata ed estrema tendeva a degenerare in miseria. La fame produceva paura; la paura erodeva il controllo; il controllo cedeva il passo alla degradazione. In questo senso, la miseria poteva essere intesa come lo stadio finale della povertà.
Le società moderne hanno interrotto questa progressione senza però eliminare la miseria. In realtà, la miseria può non presentarsi dopo la povertà, mentre la povertà può offrire un sollievo rispetto alla miseria. Il progresso tecnologico e una produttività senza precedenti hanno trasformato le condizioni materiali, ma hanno anche complicato l’identificazione della privazione autentica. I beni sono abbondanti, eppure l’insicurezza persiste.

Anzitutto, un cambiamento rilevante è la proliferazione di bisogni artificiali o “falsi”. Come sosteneva Herbert Marcuse, le società industriali avanzate sono capaci di generare desideri che integrano gli individui in sistemi di dominio piuttosto che liberarli (L’uomo a una dimensione, 1964). Dal punto di vista della Dottrina Sociale della Chiesa, ciò è rilevante perché l’abbondanza materiale può coesistere con una profonda insicurezza. Una persona può consumare continuamente e tuttavia vivere nella paura, nell’ansia e nella sensazione di essere sostituibile. La questione dei falsi bisogni ha il potenziale di invertire il rapporto tradizionale tra povertà e miseria. È l’inclusione superficiale nella società, combinata con l’incapacità di soddisfare i livelli di consumo prescritti, a generare miseria. Un dirigente moderno è sottoposto a una sorta di obbligo implicito a “sembrare” un dirigente, acquistando l’auto adeguata, l’abbigliamento appropriato, una certa abitazione o persino prove di aver trascorso le vacanze in luoghi sufficientemente costosi. Si potrebbe sostenere che si tratti di scelte personali; non è sempre così. Le apparenze contano nella misura in cui producono conseguenze reali sugli affari, sulle prospettive lavorative, sulla vita sociale, ecc. La pressione può provenire anche dai figli, che non hanno ancora raggiunto la maturità degli adulti. Queste spese forzate riducono considerevolmente la capacità di risparmio delle persone. La riduzione dei risparmi espone le famiglie a rischi finanziari che possono portare al mancato pagamento del mutuo o alla perdita di reputazione per l’impossibilità di sostenere uno di questi pseudo-bisogni. Paradossalmente, abbracciare la povertà come minore abbondanza di beni può offrire un sollievo.
La questione di questi desideri artificiali è complessa. Il loro mancato soddisfacimento può generare una miseria autentica o si tratta solo di frustrazione? La povertà libera le persone che la abbracciano deliberatamente. Tuttavia, bambini e adolescenti hanno un bisogno biologico di riconoscimento da parte dei coetanei, di condividere riferimenti comuni. Il desiderio può essere artificiale, ma la sofferenza è reale.

Una seconda trasformazione riguarda l’erosione delle strutture sociali che un tempo fungevano da argine contro la miseria. Famiglia, comunità, parrocchia e nazione offrivano storicamente una protezione contro il collasso. La Dottrina Sociale della Chiesa sottolinea l’importanza di queste istituzioni intermedie attraverso il principio di sussidiarietà. Quando tali strutture si indeboliscono, la povertà diventa più pericolosa. L’isolamento accelera la discesa nella miseria. Papa Francesco ha esplicitamente osservato che la solitudine e la frammentazione sociale costituiscono oggi forme di povertà in sé, che favoriscono la mafia (Fratelli tutti, 2020, cap. 1, n. 28). I surrogati poveri della famiglia, come le relazioni fidanzato-fidanzata, diventano terreno fertile per abusi e sfruttamento. La natura temporanea della relazione aumenta la dipendenza della parte più debole e la paura di essere resi “superflui”.

Un terzo e decisivo cambiamento è la normalizzazione dell’insicurezza economica, in particolare della paura di perdere il lavoro. Anche in assenza di privazione materiale, una paura prolungata può modellare i comportamenti in modo simile alla povertà. Essa scoraggia la pianificazione a lungo termine, ritarda la formazione della famiglia e mina la partecipazione sociale. Scrittori, giornalisti e scienziati sociali hanno documentato come l’insicurezza corroda il carattere e restringa le prospettive di vita molto prima che compaia una povertà visibile.

La Dottrina Sociale della Chiesa è esplicita su questo punto. Nella Laborem Exercens (1981, n. 18, sulla questione dell’occupazione), san Giovanni Paolo II insiste sul fatto che il lavoro deve garantire non solo un reddito, ma anche una stabilità compatibile con la vita familiare e con la dignità umana. Ciò deriva dal principio della destinazione universale dei beni. Un’occupazione che lascia le persone in una paura permanente produce miseria, anche quando i salari appaiono sufficienti.

Povertà e miseria, dunque, non sono identiche. La povertà è una condizione di mancanza. La miseria è una condizione di degradazione. Nel mondo moderno, la miseria è spesso meno visibile, ma non per questo meno reale. La Dottrina Sociale della Chiesa rimane coerente nel suo giudizio: dove la dignità umana crolla sotto il peso della paura e dell’insicurezza, la miseria è già iniziata, indipendentemente dall’abbondanza materiale.

François-Marie Tardo-Dino

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